Articolo 18, una riforma in tre mosse

15/03/2002





Varata la delega: reintegro dei licenziati sospeso per chi emerge, chi cresce oltre i 15 addetti e chi trasforma i contratti a termine al Sud
Articolo 18, una riforma in tre mosse
Il premier: dai sindacati sciopero dei padri contro i figli – Marzano: «Se cediamo adesso è finita»
ROMA – Nessun ripensamento, nessun passo indietro. Come ripetevano ormai da giorni alcuni esponenti della maggioranza e lo stesso premier, Silvio Berlusconi, sulle modifiche all’articolo 18 il Governo va avanti. E sfida la piazza. «Lo sciopero – ha detto il premier – è contro i giovani, contro il Sud. Molti pensionati, i cui diritti non sono minimamente toccati, saranno indotti a uno sciopero, a una manifestazione contro il loro figli. Chi sarà in piazza dovrà dire se è uno sciopero dei padri contro i figli». Il presidente del Consiglio ha anche spiegato le ragioni di una maggioranza che ha deciso «compatta» per la linea di fermezza: «Il Governo è addolorato che il sindacato abbia deciso per ragioni solo politiche, e parlo della Cgil, di scendere in piazza. Non c’è una libertà di licenziare ma libertà di crescere e creare lavoro. E per i giovani più opportunità di trovare un posto». Il Consiglio dei ministri di ieri ha dunque approvato la nuova proposta del titolare del Welfare, Roberto Maroni, che non cambia rotta sui licenziamenti. Le nuove misure sull’articolo 18, che avevano già avuto il via libera da Palazzo Chigi il 15 novembre scorso, sono tornate ieri di nuovo all’attenzione dei ministri dopo le polemiche politiche e con le parti sociali delle ultime settimane. Un ulteriore passaggio che ha sostanzialmente confermato le modifiche alla legge sui licenziamenti, con un’unica eccezione: il Mezzogiorno. È stato infatti limitato solo alle regioni del Sud (prima era su tutto il territorio nazionale) uno dei tre casi di deroga all’articolo 18, quello che riguarda le trasformazioni dei contratti da tempo determinato in assunzioni stabili. Restano i casi di emersione del sommerso e di incentivazione alla crescita delle imprese che vogliano assumere superando la soglia dei 15 addetti. Il tempo di sperimentazione rimane di quattro anni (fatta salva la possibilità di ulteriore proroga) mentre ci saranno due verifiche (tra due e tra tre anni) per valutare l’impatto occupazionale delle misure. Di Statuto dei nuovi lavori si parlerà invece nel tavolo di trattativa con le parti sociali che il ministro Maroni intende convocare a breve. Non c’è stato quindi alcuno stralcio, nè una riscrittura della delega, come si diceva insistentemente nelle scorse settimane quando il Governo continuava a trattare e cercare una mediazione soprattutto con la Cisl. Ma nel Consiglio dei ministri di ieri sia il ministro centrista, Rocco Buttiglione che Gianni Alemanno (An) hanno posto il problema di cosa accadrà dopo le manifestazioni e gli scioperi proclamati dal sindacato e di come gestire politicamente un dissenso che si annuncia ampio. Un interrogativo a cui ha subito replicato il ministro per le Attività produttive, Antonio Marzano: «Se oggi diciamo sì al sindacato è finita». L’assedio a Buttiglione c’è stato anche ieri (condotto soprattutto da Urbani, Bossi e Martino) ma a mediare è stato il vicepremier Fini che ha promosso non una linea di rottura totale con il sindacato ma su singole battaglie. Inoltre, uno degli esponenti del Governo ha fatto notare che nel programma della Cdl non c’è alcun accenno all’articolo 18. Alla fine, però, è passato il testo-Maroni. Il via libera di ieri è frutto del precedente "accordo" politico nel summit notturno di lunedì scorso tra il premier e i vertici della Casa delle Libertà. In quell’incontro a Palazzo Grazioli si è ridisegnata la strategia politica del Governo sull’articolo 18, messa a durissima prova dai tentativi di centristi e di parte di An di non rompere il dialogo con i sindacati. Le incertezze della maggioranza, che in parte spingeva anche sull’ipotesi di stralcio, sono quindi rientrate in quel vertice. Ora il Governo dovrà affrontare il test della piazza. Una prova che probabilmente si rifletterà anche nell’iter parlamentare del provvedimento dove, non si esclude, possano ritornare a galla le varie anime della maggioranza. Intanto la commissione Lavoro del Senato torna all’esame del provvedimento, temporaneamente sospeso dal Governo per dare tempo alle parti sociali di trovare un accordo anche sull’articolo 18. «Siamo per il dialogo ma non a tutti i costi», ha detto ieri il vicepremier Gianfranco Fini. Intanto Maroni calcola che «entro l’estate la delega sarà approvata dal Parlamento», rassicurando sugli effetti del provvedimento che consentirà di arrivare «a un 60% del tasso di occupazione in 8 anni». Intanto non si chiude la porta al dialogo sociale. «Il Consiglio dei ministri ha deciso di istituire nei prossimi giorni un tavolo per discutere del nuovo Statuto dei lavori. Una proposta riformista che avrà il respiro di tutta la legislatura». Il negoziato, però, non si annuncia semplice: si tratta infatti di riscrivere l’attuale Statuto rendendo strutturali novità che oggi sono sperimentali. E anche tra i centristi sembra sia scoccata l’ora della compattezza. «Queste misure hanno la nostra adesione convinta – ha detto il ministro Carlo Giovanardi – e i Governi non cadono per la piazza». Da Gianni Alemanno ieri sera è arrivata ancora una parola per il dialogo: «È una giornata difficile ma mi auguro non si interrompa il filo con le parti sociali e che non prevalga la logica di chi vuole lacerazioni». Lina Palmerini

Venerdí 15 Marzo 2002