Articolo 18: Il confronto

25/03/2002

1) LE RAGIONI DEL GOVERNO

2) LE RAGIONI DEL SINDACATO

3) Lavoro, un duello sulla riforma che dura da sei mesi

pagina a cura di SERGIO RIZZO



LE RAGIONI DEL GOVERNO

Norma da modificare per creare occupazione e più flessibilità

      La sospensione sperimentale delle garanzie previste dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori ha il sostegno della Confindustria e degli artigiani, mentre fredde si sono mostrate le organizzazioni del commercio. Ecco le argomentazioni del governo.
      CRESCITA DELL’OCCUPAZIONE
      L’Italia ha un tasso di occupazione pari a soltanto il 53,5%, contro una media europea del 63,3%. L’introduzione di misure di flessibilità, che va peraltro nella direzione indicata dall’Unione, favorirà la crescita dell’occupazione, in particolar modo di quella giovanile. Le modifiche all’articolo 18 dello Statuto, rimuovendo l’obbligo del reintegro per i lavoratori licenziati senza giusta causa per le imprese che emergono dal sommerso e che vogliono crescere, favorirà le assunzioni. I giovani disoccupati potranno così entrare più facilmente nel mondo del lavoro, pur senza la garanzia dell’inamovibilità dal posto di lavoro. Per il ministro delle Riforme istituzionali Umberto Bossi, leader della Lega Nord, partito del ministro del Lavoro Roberto Maroni, responsabile della delega, la riforma potrà creare 300-400 mila posti di lavoro in più.
      LAVORO PIU’ STABILE
      Soprattutto si dovrebbe realizzare uno degli obiettivi principali del Libro bianco sul mercato del lavoro messo a punto nei mesi scorsi da un gruppo di esperti coordinati dal sottosegretario al Lavoro Maurizio Sacconi e dal giuslavorista bolognese Marco Biagi, assassinato il 19 marzo dalle Brigate Rosse. E cioè quello di una occupazione più stabile. La legge delega prevede infatti la sospensione dell’articolo 18 anche per le imprese che trasformano i contratti a termine (ai quali si fa ora un ricorso generalizzato) in rapporti di lavoro a tempo indeterminato.
      DIRITTI SALVAGUARDATI
      Come spiega il Libro bianco, l’Italia è l’unico paese dell’Unione europea nel quale vige l’obbligo di reintegro per il lavoratore licenziato senza giusta causa. Ma i diritti acquisiti non saranno toccati dal provvedimento. I lavoratori che attualmente sono difesi dall’articolo 18 non saranno infatti privati della tutela. La legge delega ribadisce poi esplicitamente che ogni genere di licenziamento discriminatorio è vietato.
      IMPRESE PIU’ COMPETITIVE
      Altro obiettivo è quello di favorire l’emersione dei lavoratori in nero e del tasso complessivo di legalità del sistema produttivo. Ma si punta anche ad accrescere la competitività delle imprese italiane, che pure a causa dei vincoli imposti dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori soffrono di nanismo. Con la sospensione dell’obbligo al reintegro per le aziende che superano la soglia dei 15 dipendenti (al di sopra della quale scatta appunto quell’obbligo) verrà abolito uno dei principali disincentivi alla crescita. Le imprese aumenteranno le loro dimensioni e si rafforzeranno nel confronto con la concorrenza internazionale. Anche i lavoratori ne trarranno beneficio, perché aziende più grandi e solide garantiranno meglio anche la stabilità dei posti di lavoro.




LE RAGIONI DEL SINDACATO

Le nuove regole produrrebbero dipendenti di serie A e di serie B

      No a ogni ipotesi di modifica dell’articolo 18. E’ la posizione comune di Cgil, Cisl e Uil, su cui è d’accordo anche l’Ugl, sindacato che fa riferimento alla destra. Cisl e Uil si mostrano tuttavia più disponibili a trattare sulla flessibilità. Queste le ragioni dei sindacati.
      DUE PESI E DUE MISURE
      L’articolo 18 è un diritto irrinunciabile. La proposta del governo crea inoltre un doppio regime discriminatorio. Da una parte i vecchi dipendenti tutelati dalla legge 300, dall’altra i nuovi assunti che possono essere licenziati con un semplice risarcimento. Ma oltre a quella fra padri garantiti e figli non garantiti si determina anche una frattura fra lavoratori del Nord, più protetti, e lavoratori del Sud, esposti alla libertà di licenziamento. E che succederà poi ai lavoratori del Sud trasferiti al Nord e viceversa? Questo doppio regime è tanto più discriminatorio perché potrebbe essere applicato anche nella stessa azienda.
      UNA NORMA INUTILE
      I casi di applicazione dell’articolo 18 sono pochissimi ogni anno. Questa circostanza è la dimostrazione lampante che la sospensione dell’obbligo di reintegro nel posto di lavoro non avrebbe alcuna conseguenza pratica sull’aumento dell’occupazione come invece sostiene l’esecutivo.
      UN ATTACCO POLITICO
      Il vero obiettivo della riforma dell’articolo 18 sarebbe quindi quello di portare un attacco politico al sindacato, colpendo un principio di scarsa utilità, ma di grande valore simbolico. Anche se su questo punto le posizioni sono leggermente diverse. Durissima la Cgil: l’iniziativa del governo ha chiaramente l’obiettivo di isolare l’organizzazione guidata da Sergio Cofferati. La legge delega è stata scritta sotto dettatura della Confindustria ed è quindi da respingere in blocco. Cisl e Uil, comunque convinte che sulla questione dell’articolo 18 il governo abbia ceduto alle pressioni degli industriali, sono invece interessate agli altri contenuti del provvedimento, che del resto avevano contribuito a mettere a punto con gli esperti del governo. Non possono tuttavia recedere dal principio che l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non dev’essere toccato.
      SINDACATO IN PERICOLO
      L’articolo 18 è un potente deterrente contro tutti i licenziamenti, anche contro quelli discriminatori. E’ per questo che la riforma proposta dal governo rappresenta un pericolo per l’esistenza stessa del sindacato. Un datore di lavoro potrebbe infatti decidere di licenziare un dipendente soltanto perché questo è iscritto a una organizzazione sindacale, senza motivare apertamente la sua decisione. Chi si iscriverebbe più al sindacato, sapendo di correre questo rischio? Le organizzazioni sindacali si inaridirebbero e di conseguenza il potere di rappresentanza dei lavoratori si indebolirebbe. La prospettiva sarebbe quella di un sistema di relazioni industriali nel quale cambierebbero tutti i rapporti di forza e le imprese avrebbero facilmente il sopravvento.





              Presentato a ottobre il Libro bianco, mentre la delega sul riassetto è in Parlamento da dicembre

              Lavoro, un duello sulla riforma che dura da sei mesi



              Tutto comincia in una tiepida domenica di maggio dell’anno 2000. Il referendum proposto dai radicali e sostenuto dagli industriali per l’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non raggiunge il quorum. Ma i «no» all’abrogazione di quella norma sono una larga maggioranza: il 64%. Dopo la vittoria elettorale di Silvio Berlusconi il governo di centrodestra torna alla carica. Nell’agosto del 2001 il ministro delle Attività produttive Antonio Marzano pone il problema in un’intervista al Corriere . Un paio di mesi più tardi viene reso noto il Libro bianco sul mercato del Lavoro steso materialmente da Marco Biagi insieme al sottosegretario Maurizio Sacconi con la collaborazione di altri quattro studiosi ed esperti. Il documento è la base per la legge delega di riforma del mercato del Lavoro che il ministro del Welfare Roberto Maroni sta mettendo a punto e, pur contenendo riferimenti precisi all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, non lo cita mai esplicitamente. E quando il Consiglio dei ministri vara la delega, arrivata in Parlamento a dicembre, con la modifica all’articolo 18, fra l’altro non prevista nel programma di governo, è una sorpresa per tutti. Lo è per Cisl e Uil, che con Raffaele Bonanni e Fabio Canapa avevano dato un contributo fattivo alla sua definizione. Ma lo è anche per una parte della maggioranza. I più imbarazzati sono i centristi, destra sociale di An e Lega Nord, il cui leader Umberto Bossi, dopo l’intervista di Marzano, aveva proclamato: «La Lega non licenzia nessuno». Ma si va avanti, nonostante le polemiche. La Cgil è per la linea dura e lo sciopero generale. Cisl e Uil vorrebbero trattare, ma chiedono comunque lo stralcio.
              Partono i primi scioperi articolati mentre il governo cerca di riannodare il filo del dialogo con il contratto del pubblico impiego. Finché il 20 febbraio Berlusconi non mette sul tavolo una nuova proposta: il governo sospende per due mesi l’iter parlamentare della legge e dà tempo a sindacati e Confindustria di fare una proposta comune. La Cgil non ci sta e proclama sciopero generale per il 5 aprile e manifestazione per il 23 marzo. Cisl e Uil, che avevano dato invece disponibilità, rompono praticamente il giorno dopo. La sera del 19 marzo, quattro giorni prima della manifestazione della Cgil, le Brigate Rosse uccidono a Bologna il professor Biagi.