Articolo 18 Ecco il Patto

21/06/2002


21 giugno 2002



Articolo 18 Ecco il Patto
Ecco la proposta del governo: l’articolo 18 non sarà più applicato alle aziende che supereranno la soglia dei 15 dipendenti. Confindustria soddisfatta. Cisl e Uil: consulteremo gli iscritti. Fini: si firma il 2 luglio


PAOLO ANDRUCCIOLI


L’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori non si applicherà più alle aziende che ora sono sotto i 15 dipendenti e che con la «riforma» decideranno di crescere. Ogni lavoratore che verrà assunto in queste aziende che superano la soglia dei 15 semplicemente non sarà «computato». Ai fini delle norme giuridiche questi nuovi assunti sarranno inesistenti. Per il diritto, degli invisibili. Questa la proposta avanzata ieri alle parti sociali dal governo e sulla quale l’esecutivo chiede una stretta, perché, come ha spiegato bene il vicepresidente del consiglio, Gianfranco Fini, «è stato dato alle parti tutto il tempo che serviva per decidere». Il governo fissa quindi anche una data per la ratifica formale dell’accordo: il 2 luglio, giorno in cui sarà illustrato il Dpef, il documento di programmazione economica e finanziaria che sarà varato poi due giorni dopo, il 4 luglio, da palazzo Chigi. I segretari generali di Cisl e Uil, Savino Pezzotta e Luigi Angeletti si dichiarano soddisfatti del compromesso raggiunto, ma ci tengono a precisare che loro non hanno firmato ancora nessun accordo. E ci tengono anche a specificare che non è detto che la firma che ratificherà il «Patto per l’Italia» si possa realizzare davvero il 2 luglio come chiede il governo. Cisl e Uil vogliono infatti sentire i loro iscritti e solo al termine della consultazione, che non sarà solo sull’articolo 18, ma sull’intero pacchetto, si potrà dire il fatidico sì. Per il presidente della Confindustria, Antonio D’Amato, è stato fatto un passo molto importante per una riforma «di portata molto significativa». «Noi – ha spiegato il presidente confindustriale – avremmo voluto una riforma più ampia, ma si è comunque ottenuto un punto di partenza. Si è cominciata ad intaccare quella che appare come una vera patologia tutta italiana e che distorce il mercato».

Così il governo di centro destra, con il consenso dei sindacati e di fronte alla opposizione della sola Cgil (almeno così per ora, perché si dovranno poi verificare tutte le reazioni), si appresta a estirpare dal sistema quella «patologia» che garantisce a chi viene licenziato senza giusta causa di essere reintegrato in azienda. Governo e sostenitori di questa proposta, a cominciare dal premier Silvio Berlusconi, dicono che «non si stanno togliendo diritti a nessuno». E’ passata alla cronaca (non certo alla storia) la battuta di Berlusconi alla signora Ada: «signora il suo diritto non glielo tocca nessuno». Ma chi sostiene questa tesi mente sapendo di mentire perché anche dal punto di vista tecnico i diritti che oggi hanno i lavoratori che godono dello Statuto non saranno più applicati in quelle aziende che decideranno di crescere. E più aziende cresceranno e più lavoratori saranno assunti, più individui (gli stessi nuovi assunti) saranno privati di un diritto che oggi spetta a tutti gli altri che lavorano nelle loro stesse condizioni, ovvero in aziende sopra i 15. «Ai fini della individuazione del campo di applicazione dell’articolo 18 della legge 20 maggio 1970, n.300 – si legge nel testo presentato ieri alla parti dal governo – non computo nel numero dei dipendenti occupati dei rapporti di lavoro a tempo indeterminato, anche se a tempo parziale, o con contratto di formazione lavoro, instaurati nell’arco di tre anni dalla data di entrata in vigore dei decreti legislativi». E’ questa la formula tecnica, che poi era già contenuta nella delega n. 848 che conteneva anche altre due fattispecie che sono state accantonate per poter raggiungere l’accordo. E’ stata per esempio accantonata la fattispecie che sospendeva l’articolo 18 a quelle aziende che decidano di uscire dal sommerso, un tema molto caro al ministro Tremonti che punta molto proprio sull’emersione dal sommerso per riuscire a trovare risorse finanziarie insieme alla vendita (o meglio alla cartolarizzazione) del patrimonio artistico e storico dell’Italia.

In cambio il governo si dichiara disponibile a stanziare 700 milioni di euro, ovvero circa un miliardo e mezzo per gli ammortizzatori sociali. Anche su questo punto pare che il governo ai massimi livelli, ovvero Berlusconi e Fini, abbia premuto sul ministro dell’economia che non voleva concedere neppure un euro per gli ammortizzatori sociali. I 700 milioni di euro non appaiono comunque sufficienti per realizzare quel che si promette, ovvero l’aumento dell’indennità di disoccupazione (al 60% per i primi sei mesi, 40% e poi 30% per i due ultimi trimestri). Gli stessi sindacati avevano fatto altri calcoli. La Cisl, per esempio, parlava della necessità di 5 miliardi di euro, mentre la Cgil pensava a 10 miliardi di euro. Come si vede le cifre sono molto distanti dal «compromesso». L’altro punto dolente riguarda le mensilità che saranno garantite a un lavoratore licenziato senza più articolo 18. Il governo ha intenzione di applicare la legge 108 che prevede un rimborso da 2 a 6 mensilità.

Ma quel che conta per il governo è raggiungere al più presto questo accordo storico che apre una breccia «significativa» come dice D’Amato. L’intenzione ambiziosa è stata spiegata ieri dal sottosegretario Maurizio Sacconi. Questo governo cambierà tutto il diritto del lavoro. Tutte le norme oggi vigenti (compresa la legge 300) verranno sostituite, inglobate dal nuovo Statuto dei lavori.