Articolo 18, disdette a Cisl e Uil

12/07/2002


12 luglio 2002



Articolo 18, disdette a Cisl e Uil
Il governo conferma le dichiarazioni di Marzano. Il No a Pezzotta e Angeletti di iscritti, delegati, segretari


CARLA CASALINI


Lo sciopero generale dell’Emilia Romagna contro l’Accordo separato firmato a palazzo Chigi, e la «cancellazione dell’art.18», che ha affollato undici manifestazioni cittadine, è la prima smentita in tempo reale a Silvio Berlusconi che ieri, in coro col confindustriale D’Amato, ha ironizzato sulla pretesa della Cgil di trovare in autunno
masse in sciopero contro un «Patto» tanto benefico «per l’Italia». Ma la risposta emiliana parla anche a chi mena il can per l’aia, i Ds, che nella regione contano 350mila dei loro 650 mila iscritti. Ma la pentola bolle anche in casa Cisl e Uil contro i leader Pezzotta e Angeletti che hanno ingoiato la `liberalizzazione’ dei licenziamenti dopo avere chiamato alla mobilitazione generale sul «No alla modifica dell’art.18». Si moltiplicano le lettere di disdetta di singoli iscritti a quei sindacati, e anche pronunciamenti collettivi inviati alle tre confederazioni, ai partiti, ai giornali, come quello degli «iscritti Fim-Cisl della Iveco Aifo.

Le disdette degli iscritti e delegati Uil delle categorie dei servizi arrivano direttamente a Angeletti in «lettera aperta»; e un documento di denuncia sulle cancellazioni dell’art.18 nel testo del governo è inviato «a tutte le strutture territoriali e regionali», perché si preparino alla «consultazione», dal segretario generale del commercio, la Uiltucs nazionale, Brunetto Boco. Il pronunciamento ufficiale del direttivo della Fim di Brescia si riassume nel titolo: «Il nostro No motivato alla modifica dell’art.18».

Ieri c’è stato un primo confronto «all’americana»in fabbrica, alla Ansaldo di Legnano, tra dirigenti della Fiom e della Fim, insieme alla Flmu, chiamati dai delegati unitariamente. Un’assemblea di due ore e mezzo, un ordine del giorno finale, votato all’unanimità, che chiede «un referendum sindacale vincolante in cui le lavoratrici e i lavoratori italiani possano esprimersi sull’accordo del 5 luglio e decidere se accettarlo o respingerlo». Tra i firmatari del «Patto», la Legacoop ha adesso deciso di praticare un rispetto «unilaterale» dell’art.18, invitando le cooperative a non sospenderlo.

Se Cisl e Uil avessero previsto, al momento della firma separata, di subire anche parecchi `scontenti’ nell’immediato, ma di riuscire poi ad assorbirli, a mettere tutto a tacere nel `medio periodo’ forse dovrebbero rifare i conti.

Certo, il governo non aiuta gli «interlocutori» che si sono prestati ai suoi disegni. Il ministero del lavoro ha confermato che l’art.18 sarà cancellato per sempre nelle aziende che concentrano i «nuovi assunti» – siano essi 10, 100, 1000 – nei «tre anni di sospensione» della tutela per i licenziamenti senza giusta causa. E se la «sperimentazione» andrà bene, di lì cancellazione per tutti. Né Berlusconi ieri ha smentito, preferendo divagare sui benefici per l’occupazione che si aspetta da questi provvedimenti.

Antonio D’Amato al termine della giunta della Confindustria si è affrettato a magnificare di nuovo le trovate governative sull’«art.18». Poi, attentissimo a ogni segnale, ha chiamato alla «coerenza» i firmatari del «Patto del ’93», in risposta alla «ridiscussione della politica dei redditi» ventilata dal direttivo della Cgil, nel quale molti segretari di categoria hanno detto che «l’accordo del `93» va cancellato, e i salari vanno liberati dal vincolo dell’«inflazione programmata».

Per il segretario della Cisl Pezzotta, gratificato dal leader della Confindustria, la difficoltà di giustificare i benefici del Patto – come ha tentato ieri all’attivo dei delegati lombardi – è sempre più impervia. «E’ meglio una buona mediazione che una gloriosa sconfitta», e si è concentrato sui «700 milioni di euro per gli ammortizzatori sociali, che sono pochi, e però il governo li aveva proposti a somma zero». Dalla Cgil Gianni Principe contesta il cauto ottimismo: «non solo sono pochi, quei soldi, per le indennità di disoccupazione, ma per il governo sono sempre a somma zero» perché li toglie da un’altra parte: «dalle risorse pubbliche destinate ai lavoratori in cassa integrazione e in mobilitià, che oggi oggi ammontano a due milioni di euro, e di cui è previsto il taglio a partire dal 2004».

Altra spina per Cisl e Uil è il pubblico impiego: le tre confederazioni avevano firmato, con Fini, un accordo, dove il governo si impegnava a fornire le risosrse dovute per il rinnovo dei contratti, ma nel Dpef «non ci sono tabelle» su quei soldi. E in più – denuncia il segretario della Fp Cgil Laimer Armuzzi – «il governo opera un’altra pesante intrusione su temi del contratto come part-time, telelavoro e lavoro interinale, non rispettando, anche qui, la lettera e lo spirito dell’accordo».

Ultima spina, le pensioni: Berlusconi e d’Amato dicono che bisogna metterci mano, ma fra un po’ di tempo. Ieri però il viceministro dell’economia Tanzi ha insistito che «bisogna parlarne», tanto da far precipitare il ministero del lavoro a rassicurare che questo non sarà l’argomento dell’incontro del 16 che è «solo sulle pensioni minime».