Articolo 18, anche la Confindustria si asterrà

02/05/2003


              Giovedì 1 maggio 2003

              IL PRESIDENTE DEGLI INDUSTRIALI SUL QUESITO PER ESTENDERE LE NORME SUI LICENZIAMENTI ALLE PICCOLE IMPRESE
              Articolo 18, anche la Confindustria si asterrà
              Cresce il partito del «non voto», D’Amato plaude alla posizione dei Ds

              ROMA
              Addio alle urne. Anche la Confindustria sceglie di non andare a votare. «Invita ad astenersi» annuncia il presidente Antonio D’Amato per il referendum del 15 giugno teso a estendere alle imprese con meno di quindici dipendenti l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (che consente il reintegro del dipendente lincenziato senza giusta causa). Pur avendo aderito al comitato del «No», l’associazione delle imprese preferisce pertanto non mettere una croce sulla scheda del referendum per respingere la richiesta dei promotori. Prende atto che questo è «l’orientamento della gran parte del mondo politico e sindacale» (non del ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Roberto Maroni) e che – in base a un sondaggio del comitato del «No» – «la maggioranza degli italiani considera il referendum sbagliato e fuori luogo e non vuole andare a votare». La linea della Confindustria sull’articolo 18 è chiarita nella conferenza stampa seguita alla riunione della sua giunta. Impegnato a impedire la vittoria (ormai forse solo teorica) del «Sì», giudicata «devastante» per l’economia italiana basata sulle piccole imprese, D’Amato dà le sue pagelle: bene i Ds, intenzionati con la riunione di segreteria di martedì a far fallire la consultazione; male la Cgil, orientata ad abbracciare il «Sì». E, più in generale, D’Amato punta l’indice su quello che accade nell’opposizione: considera il referendum promosso da Rifondazione comunista «un mero regolamento di conti all’interno della sinistra» o un espediente «per risolvere faide in alcuni pezzi dello schieramento politico». Secondo D’Amato, per questioni di «posizionamento» politico si rischia di colpire «le piccole aziende che fino a oggi hanno retto l’economia e l’occupazione». Il «No» della Confindustria è dunque «doppio»: al modo (la sottrazione della materia alla competenza della parti sociali) e al contenuto (gli effetti ritenuti pericolosi). Il ricorso al voto popolare per l’articolo 18 perciò è definito «primitivo». Da qui «la contrarietà ragionata e convinta», con la scelta di opporsi all’uso del referendum non andando neanche a votare: fornendo i motivi dell’astensione D’Amato puntualizza che «noi non siamo per il tutti al mare», ovvero niente disinteresse. Con il «forte disimpegno» che sta emergendo rispetto alla consultazione ed è sottolineato da D’Amato, la base della Confindustria è sembrata nelle ultime settimane poco propensa ad attivarsi con risorse ed energie per opporsi al «Sì». La contrarietà espressa anche dai Ds è valutata dal leader degli industriali «molto importante»: rappresenta «il segnale che nella sinistra riformista e che aspira a essere una sinistra di governo si riduce la tentazione ad assumere atteggiamenti massimalistici». D’Amato vede «un passo in avanti» da parte dei ds, «mentre restiamo perplessi per le incertezze di altre parti dello schieramento di centrosinistra». La Cgil è accusata invece di «contradditorietà», distinguendosi dalle «altre componenti sindacali» schierate contro il referendum. L’addebito deriva dal fatto che, diventato segretario Guglielmo Epifani, la Cgil «ha dimostrato la volontà di tornare al tavolo» del confronto con le altre parti sociali dopo essersi «chiamata fuori» e «noi molto volentieri abbiamo spolverato la sua sedia»; ma ora si muove in un’altra direzione «sui fatti concreti» come il referendum e si pone «fuori dalla logica della politica dei redditi» con la piattaforma contrattuale della Fiom, la federazione dei metalmeccanici. D’Amato rileva di aver dato disponibilità a un confronto «a tutto campo», ma questa «richiede coerenza». Nella conferenza stampa, D’Amato prende posizione anche sulla questione delle pensioni, sollecitando ancora una volta una riforma incisiva. E bocciando nettamente la richiesta avanzata dalla Cgil, dalla Cisl e dalla Uil (che martedì 6 maggio incontreranno Maroni) di cancellare dal disegno di legge delega sulla previdenza la decontribuzione, cioè il taglio dei versamenti per i nuovi assunti ritenuto dai sindacati un pericolo per l’equilibrio del sistema: «La decontribuzione è un paletto fisso e irrinunciabile». Non è accettata nemmeno la proposta delle tre confederazioni di sostituirla con la fiscalizzazione (l’accollamento allo stato di alcuni oneri sociali versati dalle imprese): «sarebbe «un assalto vecchio stile alla diligenza pubblica». Visto che Maroni crede impossibile attuare l’idea del presidente del consiglio Silvio Berlusconi di «una Maastricht dello stato sociale» (un accordo europeo sulle pensioni), la Confindustria dice: «Se la riforma non viene dall’Europa, dobbiamo farcela in casa».

              Roberto Ippolito