Articolo 18 aggirato, passa la legge Opposizione in rivolta. Sacconi: malafede

04/03/2010

ROMA – Il colpo mortale all´articolo 18 dello Statuto dei lavoratori arriva alle sette della sera. L´aula del Senato approva con 144 sì, 106 no e 3 astenuti l´articolo 31 del disegno di legge in materia di lavoro, che contiene le norme su arbitrato e conciliazione in materia di controversie. La Camera aveva già dato il suo sì. Dunque la norma che fa diventare un «optional l´articolo 18», secondo le parole di Tiziano Treu (Pd), è legge. L´opposizione ci ha messo tutta la sua passione, ieri, per difendere l´articolo 18. E la Cgil ha usato toni forti per condannare il provvedimento. Più in disparte Cisl e Uil, convinte che sulla materia siano le parti sociali a dover decidere. In linea col governo l´Ugl: l´articolo 18 formalmente non viene toccato. Formalmente no, ma praticamente sì, sostengono opposizione e Cgil. Con le nuove norme viene infatti previsto che le parti (datore di lavoro e lavoratore) possano rinviare a un arbitro le controversie, licenziamento compreso. E la decisione verrà presa secondo «equità». Una figura, quella dell´arbitro, che non viene imposta. Il lavoratore potrà decidere a chi affidarsi, ma una volta messa la firma su un contratto che lo prevede, è per sempre. E se è vero che il giudice non scomparirà del tutto è vero che avrà un potere limitato. Dovrà tenere conto non solo delle leggi, ma anche dei contratti di lavoro collettivi, dove verrà disciplinata la materia.
Il ministro del Welfare prova a contenere l´onda di malcontento che sale dai banchi dell´opposizione e accusa. «È l´ennesima prova della malafede di chi vuole sempre accendere la tensione sociale». Una polemica – a suo parere – dal sapore elettoralistico: «in due anni di iter parlamentare nessuno ha mai gridato allo scandalo. Oggi, in vista delle elezioni, si grida alla lesa maestà». Poi entra nel merito. «Il lavoratore – spiega – avrà davanti a se due strade: adire al giudice ordinario oppure l´arbitrato». Ma mantenere l´argine è difficile. «Dubito che le queste norme possano reggere all´urto della Corte Costituzionale», dichiara Treu. Tutto il disegno di legge, accusa Damiano, ex ministro del Lavoro, «porta a un ampliamento della precarietà e del lavoro nero che, a parole, il governo vorrebbe combattere». Achille Passoni (Pd), che, nel 2002 era in Cgil e organizzò al Circo Massimo la manifestazione in difesa dell´articolo 18, è convinto che sarà necessaria «un´alta vigilanza sindacale». Per Felice Belisario (Idv), «la deregulation imposta dall´esecutivo ha di fatto reso vani 100 anni di lotte sindacali».
Ma prima del voto va in scena un altro scontro: su Marco Biagi, il giuslavorista ucciso dalle Brigate Rosse. «A seguito di un lunghissimo iter parlamentare, partito con la legge Biagi – afferma il ministro – giunge ora a conclusione la possibilità di risolvere le controversie in materia di lavoro attraverso l´arbitrato». È Tiziano Treu ad aprire le danze. «Abbiamo grande rispetto per Biagi, ma non credo sia pertinente un richiamo a lui in questo momento». Pietro Ichino (Pd) è ancora più duro: «Nelle carte che Biagi ci ha lasciato prima di essere ammazzato, non c´è nemmeno una riga». La replica di Sacconi arriva a stretto giro di posta, con una nota del ministero. «Il disegno di legge originario» di Biagi, è scritto, «prevedeva espressamente all´articolo 4 la delega al governo sull´arbitrato secondo equità».