Articolo 18, adesso ci riprova Sacconi a distruggere i diritti

12/11/2010

Il governo chiede mano libera per cancellare sessant’anni di storia repubblicana. Questa è la sostanza del disegno di legge che il ministro Sacconi ha inviato alle parti sociali per fare un nuovo Statuto dei lavori: una delega piena e senza limiti, se non quelli di un ristretto nucleo di diritti indisponibili di rilevanza costituzionale, per spazzare via il vecchio Statuto dei lavoratori. Articolo 18 compreso. Anche il divieto di licenziare senza una giusta causa, come tutte le altre previsioni di legge in materia di lavoro, sarà infatti derogabile da parte della contrattazione: l’intesa tra le parti, anche se raggiunta senza l’accordo unanime di tutti i sindacati, diventerà più forte della volontà popolare impressa nella legge.
LA DEROGABILITÀ COME NORMA La bozza presentata ieri da Maurizio Sacconi, infatti, contiene una delega all’esecutivo per emanare «un testo unico in materia di lavoro denominato Statuto dei lavori», che raggiunga «l’obiettivo di ridurre almeno del50%la normativa vigente ». Aria nuova che dovrebbe «incoraggiare una maggiore propensione ad assumere e un migliore adattamento tra le esigenze del lavoro e quelle della impresa». Per arrivarci, il ministro del Welfare ha anche chiesto la “copertura” dei sindacati, nella forma di «un avviso comune delle parti» sulla bozza che preceda la consegna in Consiglio dei ministri e in Parlamento. Mala sostanza del disegno legislativo lascia ben poche speranze al progetto, nonostante l’avviso comune non debba essere necessariamente unanime. La filosofia, ha spiegato Maurizio Sacconi, è infatti quella di distinguere tra una parte di «diritti inderogabili» riconosciuti a tutti i lavoratori e un’area di tutele «con possibilità per la contrattazione collettiva di una loro modulazione nei settori, nelle aziende, nei territorio anche in deroga alle norme di legge, valorizzando il ruolo e le funzioni degli organismi bilaterali». Ovvero: tutto ciò che non sarà previsto nella prima parte, nella quale confluiranno i diritti sanciti dalla Costituzione e dalla Carta dei diritti dell’uomo, sarà alla completa disponibilità delle parti, in meglio come in peggio. Dipenderà – si legge nella bozza – dall’andamento economico dell’impresa, del territorio o del settore, dalle dimensioni dell’impresa, dall’anzianità di servizio e dalla professionalità del lavoratore. «Si può andare in tutte le direzioni » ha precisato il ministro. Compresa quella di cancellare lo Statuto dei lavoratori e l’articolo 18, sul cui destino Sacconi preferisce lavarsi le mani: «Non lo so, non decido io, dipende dalle parti», che potranno intervenire su di esso visto che «non è tra i diritti fondamentali, tant’è che non si applica a tutti i lavoratori». Una bomba ad orologeria pronta ad esplodere in campo sindacale, dunque, con un sostanziale taglio lineare ai diritti dei lavoratori italiani. Resta da chiedersi per quale ragione il governo la presenti proprio ora che le sue sorti sono quanto mai incerte.
LO SGAMBETTO AL CONFRONTO Solo pochi anni fa tre milioni di persone scesero in piazza contro una simile ipotesi, ed oggi meno che mai l’esecutivo di Berlusconi avrebbe la forza politica per esercitare una delega di tali proporzioni. «L’accordo tra le parti non scade con la legislatura, qualsiasi governo non potrà non tenerne conto » ha azzardato il ministro. Ma non così la pensa la Cgil: «Questa bozza ha un unico evidente motivo, tentare di far saltare il tavolo di confronto tra le parti sociali, introducendo elementi di divisione » ha commentato il segretario confederale Fulvio Fammoni, riconoscendo nei contenuti della delega «una concezione d’impresa svincolata da obblighi sociali e di un lavoro sempre meno considerato come valore ma mero fattore della produzione», in cui saranno penalizzate soprattutto i lavoratori delle imprese più piccole e dei territori più deboli. Duro anche il commento del democratico Cesare Damiano: «Un conto è il decentramento contrattuale, un altro è far nascere sindacati corporativi di comodo, non solidali, e generare così una corsa al ribasso dei diritti e delle retribuzioni dei lavoratori».