Art.18, Maroni firma l’appello per il no

03/02/2003

          domenica 2 febbraio 2003

          Ma non tutta la destra segue il ministro.
          L’Ugl: dovrebbe pensare ai problemi veri
          Art.18, Maroni firma l’appello per il no
          Il Comitato per il sì: possiamo vincere

          Bianca Di Giovanni

          ROMA Sull’articolo 18 Roberto Maroni
          si muove da solo: e va all’affondo.
          Il consiglio dei ministri di venerdì
          non ha fatto cenno all’ipotesi (vagheggiata
          dal ministro del Welfare)
          di appoggiare i comitati per il no al
          referendum che chiede di estendere
          il diritto al reintegro dopo un licenziamento
          ingiusto ai lavoratori delle
          aziende con meno di 15 dipendenti,
          e lui ha deciso di aderirvi «personalemente».
          Compare, infatti, tra i primi
          firmatari (assieme ad altri 62 economisti,
          politici e imprenditori) dell’appello
          per il no al referendum promosso
          da Renato Brunetta e Giuliano
          Cazzola. Niente di male, se non fosse
          che dovrebbe essere «super partes».
          Dettagli, per un ministro leghista che
          procede a colpi di slogan. L’ultimo
          (declamato a Radio Padania) dedicato
          all’orientamento verso il no di Cofferati.
          «È un riflesso pavloviano: dice
          sempre no a tutto e al contrario di
          tutto». A proposito di Pavlov, il ministro
          non è da meno: parla sempre
          male di Cofferati, che sia o meno
          d’accordo con lui. Con l’ultima mossa,
          tuttavia, Maroni ha increspato il
          panorama del centro-destra. Se da
          una parte si è tirato dietro il collega
          di governo Adolfo Urso, viceministro
          alle Attività produttive, che ha
          aderito allo stesso appello, non ha
          mancato di suscitare la contrarietà
          dell’Ugl, sindacato autonomo vicino
          allo schieramento di governo. «Non
          capiamo perché Maroni riaccenda
          un fuoco appena sopito – recita una
          nota – Piuttosto che sprecare energie
          il ministro del welfare farebbe meglio
          a dare un proprio contributo ai
          tanti problemi del lavoro».
          Sul fronte opposto il comitato
          promotore del referendum torna a
          lanciare il suo appello a tutto il centro-
          sinistra per schierarsi con il sì. «È
          arrivato il momento che ds e Cgil,
          che si sono riservati un giudizio, ci
          ripensino – dichiara Cesare Salvi -Anche
          perché ho l’impressione che
          la nostra posizione sia molto condivisa».
          In una iniziativa tenuta ieri dal
          comitato in Campidoglio assieme
          all’associazione degli avvocati europei
          per i diritti (che ha assicurato il suo
          appoggio all’iniziativa), Alfonso Pecoraro
          Scanio ha ricordato che «non
          esiste un no riformista, perché non
          c’è alcuna riforma. Semmai è il sì che
          apre ad una riforma». Sul fronte sindacale,
          Gian Paolo Patta (Cgil) si è
          detto convinto che «non ci sarà nessuno
          in Cgil che potrebbe votare per
          il no». Il segretario ha rivelato poi
          che il direttivo della confederazione
          deciderà la posizione da prendere dopo
          lo sciopero del 21 febbraio. Gli ha
          fatto eco il segretario della Fiom
          Gianni Rinaldini. «Ora si deve scegliere
          tra un sì ed un no, il referendum
          già c’è – ha detto – Le altre soluzioni
          non esistono». Un chiaro riferimento
          al fatto che l’ipotesi di una
          legge è sostanzialmente fuori gioco.
          Ma nell’arcipelago del centrosinistra
          restano posizioni critiche nei
          confronti del referendum. «È sbagliato
          e dannoso – dichiara Cesare Damiano,
          responsabile Lavoro dei ds – perché
          divide le forze che hanno lottato
          per i diritti dei lavoratori». Replica
          a distanza di Salvi. «Divide per chi
          si vuole dividere».
          «Un’eventuale astensione al referendum
          sull’articolo 18 sarebbe peggio
          che votare contro, perché significa
          che ai cittadini non importa votare
          e che sono contrari al merito della
          questione sollevata». Lo sostiene Alfonso
          Gianni, deputato di Rifondazione
          comunista e tra i promotori
          del referendum. A proposito di un
          sondaggio Eurisko dal quale è emerso
          che l’80 per cento degli italiani
          andrebbe a votare per il referendum,
          Gianni ha osservato che «senza eccessivo
          ottimismo, possiamo dire che se
          si raggiunge il quorum certamente
          sarà il sì a prevalere». Gianni si è
          detto anche favorevole all’iniziativa
          legislativa di alcuni parlamentari per
          l’estensione dei diritti anche ai collaboratori
          coordinati e continuativi (co.co.co).