Art. 18, Epifani oggi conta i suoi «sì»

07/05/2003

      mercoledì 7 maggio 2003

      Art. 18, Epifani oggi conta i suoi «sì»
      Passione e divergenze nel dibattito al parlamentino della Cgil sul voto del 15 giugno

      Felicia Masocco

      ROMA Cinque ordini del giorno, il primo è quello con cui si mette ai voti la relazione di Guglielmo Epifani che ieri aprendo i lavori del direttivo della Cgil ha chiesto al suo sindacato di schierarsi per il «sì» al referendum per l’estensione dell’articolo 18 alle imprese fino a 15 dipendenti. Un sì «strettamente correlato ai contenuti e al merito del nostro impianto di riforme – ha detto -. Un sì per le riforme e per i diritti». E questo indipendentemente dalla convinzione del leader della Cgil che il quorum difficilmente verrà raggiunto. Il referendum è «inopportuno» come strumento «per battaglie di tipo propositivo», e «limitativo» nel quesito rispetto «alla più generale strategia dei diritti della Cgil». La proposta di legge elaborata da Corso d’Italia farebbe meglio, la via legislativa resta «maestra». In ogni caso il referendum c’è e un’ organizzazione come la Cgil non può non esprimersi e non può disertare, anche se una riflessione andrebbe fatta sull’istituto referendario stesso del quale il leader della Cgil auspica una riforma. Detto questo, e stando al merito, Epifani ha sottolineato che il quesito comunque si propone «di estendere le tutele dell’articolo 18»; che «se vincessero i sì avrebbe riflessi sulla difesa e il mantenimento dell’articolo 18»; «che il quesito non affronta altri fondamentali diritti dei lavoratori delle piccole imprese». Tre considerazioni che portano Epifani a chiedere alla Cgil di pronunciarsi per il sì, per logica e coerenza con le lotte dell’ultimo anno e mezzo perché, ha ricordato, «la battaglia in campo, la nostra, deve continuare e ha bisogno delle persone in carne ed ossa che voteranno sì a questo referendum». Stare quindi dalla parte del «sì» ma «con un profilo autonomo, con la propria caratterizzazione riformatrice, senza estremismi e senza chiusure e, naturalmente senza aderire ai comitati referendari presenti».

      Questa in sintesi la proposta a cui Epifani arriva quasi alla fine del suo intervento, neanche otto cartelle lette in poco più di mezz’ora: prima l’Iraq e gli scenari internazionali, l’accordo separato dei metalmeccanici, le pensioni, la politica industriale, i conti pubblici e la finanza creativa, le critiche al governo per le posizioni espresse sulla magistratura, quindi il referendum, la parte più attesa, preceduta da un invito a «non disperdere anche noi, come molti provano e proveranno a fare, quello che abbiamo fatto in questi anni con la segreteria di Sergio Cofferati al quale voglio rivolgere e rinnovare i sensi del mio affetto e stima». Si discuta quindi «liberamente e tranquillamente», senza drammatizzazioni.

      Una relazione «equilibrata», è stato detto, «accolta da un consenso più ampio delle aspettative» ha notato la segretaria confederale Carla Cantone, e che verrà messa ai voti nella sua interezza e non per parti, il dispositivo presentato alla presidenza del direttivo non prevede il procedere per punti. Scontato il consenso, Epifani può contare sulla stragrande maggioranza delle strutture e delle categorie, ciò non toglie che la Cgil resta divisa sul punto più delicato: ecco allora gli altri quattro ordini del giorno alternativi alla proposta del segretario.

      Uno è presentato da Achille Passoni, ex direttore generale di Corso d’Italia, tra i cinque segretari confederali che sul referendum non condividono la linea del leader: chiede che la Cgil non si schieri,, giudica la proposta di Epifani contraddittoria con l’analisi stessa del segretario, «foriera di confusione nel mondo del lavoro e fra gli elettori circa il senso e il nesso fra la scelta tattica di oggi e la prospettiva strategica della Cgil». Un secondo ordine del giorno porta la firma del presidente dell’Ires, Agostino Megale, di quello dell’Inca, Aldo Amoretti, del segretario della Cgil di Milano, Antonio Panzeri, tutti esponenti dell’ area «riformista» i quali propongono che la «Cgil non si pronunci e non si impegni e lasci quindi libertà di voto». Una terza proposta è stata presentata dalla segretaria confederale Marigia Maulucci, chiede un pronunciamento per «la non partecipazione al voto» ;, l’astensione dunque. Un quarto ordine del giorno è di segno opposto, è stato presentato da Ferruccio Danini e Claudio Baldini che politicamente si riconoscono in Rifondazione Comunista, sono quindi tra i promotori del referendum non chiedono solo il «sì», ma anche la partecipazione attiva della Cgil alla campagna referendaria e la partecipazione nei comitati.

      Questo lo stato degli atti alla fine della giornata di ieri, oggi si vota e non si escludono spostamenti: l’ordine del giorno di Danini e Baldini potrebbe infatti essere ritirato, ugualmente potrebbe accadere per uno dei tre del fronte opposto. Più difficili sono invece gli accorpamenti, mentre resta aperta per i contrari alla linea di Epifani la possibilità di dichiarare il proprio dissenso sul referendum e astenersi, oppure non votare affatto, sulla relazione.

      La Cgil è dunque divisa come rare volte è accaduto su questioni di questa portata, ma ieri in Corso d’Italia non si respirava un clima da resa dei conti anche se non sono mancate le critiche severe di quanti intervenendo hanno marcato il loro dissenso. Marigia Maulucci, la segretaria dei tessili Valeria Fedeli, Agostino Megale, Aldo Amoretti e oggi altre ne arriveranno da Beppe Casadio e Carlo Ghezzi altri due segretari confederali «non allineati» iscritti a parlare per questa mattina.

            Proposte diverse dal segretario

            Il segretario confederale Achille Passoni ha presentato un ordine del giorno perché la Cgil non si schieri, non dia indicazioni di voto sul referendum. «La proposta del segretario generale di schierare la Cgil in quanto tale per il sì – afferma Passoni – è in evidente contraddizione con la sua stessa analisi, foriera di confusione nel mondo del lavoro e fra gli elettori circa il senso ed il nesso fra la scelta tattica di oggi e la prospettiva strategica della Cgil. Giusta è quindi una decisione che non vincoli l’organizzazione, ne preservi l’ autonomia e la sua unità interna e che lasci ai singoli aderenti la traduzione dei propri convincimenti in espressione di voto».

            Il segretario confederale Marigia Maulucci ha presentato un ordine del giorno che invita la Cgil a dare l’indicazione della «non partecipazione al voto perchè il referendum è un errore politico» e perché «in relazione alle strategie della Cgil sono ostativi sia il sì che il no». Carlo Baldini e Ferruccio Danini (area di Rifondazione comunista) hanno invece presentato un ordine del giorno che punta a impegnare la Cgil in un voto positivo e a sostenere i comitati per il sì. Chiedono dunque che la Cgil si schieri «senza ambiguità o dubbi a favore del sì», facendo attivamente campagna in questa direzione.

            Agostino Megale, Aldo Amoretti e Antonio Panzeri hanno presentato un ordine del giorno in cui si chiede che la Cgil «non si pronunci e non si impegni» sulla campagna referendaria. «La Cgil – è scritto – riconferma il giudizio negativo sul referendum, ritenendolo dannoso e politicamente errato», e per questo ritiene «non opportuno un impegno politico e organizzativo della Cgil sul referendum, indicando ai propri iscritti di orientarsi sulla base della libera opinione personale». Secondo Megale, presidente Ires-Cgil, «nè il sì nè il no aiutano i diritti dei lavoratori. Proponiamo che la Cgil non si pronunci e non si impegni e lasci libertà di voto».