Art.18, è l’inizio della fine

08/07/2002

06 Luglio 2002


Art.18, è l’inizio della fine

Firmato il grande Patto. Confindustria a governo raggianti. Obiettivo raggiunto prima del previsto e prima della definizione del Dpef. Saranno licenziabili senza giusta causa i nuovi assunti delle aziende che «crescono». Cisl e Uil soddisfatte parlano di ribaltamento della politica del governo. La Cgil dice no e annuncia una nuova battaglia per la difesa dei diritti


PAOLO ANDRUCCIOLI


Il Patto per l’Italia è stato «siglato» ieri pomeriggio. Sarà ricordato come il più pesante accordo separato della storia sindacale, visto che la Cgil ha deciso di non firmarlo perché intacca il principio dell’eguaglianza dei diritti e che tutti gli altri – a parte le battute di circorstanza – si sono quasi compiaciuti dell’assenza della Cgil al momento finale della firma. C’è stato perfino qualche sincero democratico che ha dichiarato che gli accordi migliori sono quelli senza la Cgil. La Confindustria, che pure non ottiene tutto ciò che aveva richiesto soprattutto in materia di mercato del lavoro, è molto soddisfatta. Il presidente Antonio D’Amato, dopo aver spiegato nel dettaglio le cose ottenute, ha parlato di accordo «ottimo», mentre il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, ha illustrato i contenuti del nuovo Patto leggendo i punti del suo contratto con gli italiani, quasi a suggellare anche visivamente una sorta di sovrapposizione tra Patto 2002 e programma elettorale della Casa delle libertà. Cisl e Uil, insieme ai sindacati autonomi, hanno firmato ieri un patto politico con il governo, prima ancora che un contratto sindacale. Il primo a scendere in sala stampa a palazzo Chigi è stato Lugi Angeletti, segretario della Uil. Il giorno prima aveva lanciato comunicati di fuoco (il documento va cambiato dalla titolo ai piedi). Ieri era quasi raggiante, messi da parte tutti i dubbi. E’ «un buon accordo» che non solo non tocca l’articolo 18, «ma allarga le tutele a una serie di lavororatori oggi esclusi». La Uil ha firmato perché è convinta che la riforma fiscale del ministro Tremonti (quella delle doppie aliquote e della fine della progressività) non si farà più o comunque sarà rimandata nel tempo. Angeletti ha spiegato che i sindacati sono riusciti a convincere Tremonti a premiare con la riduzione fiscale dell’Irpef solo i redditi medio bassi. Un «grande accordo», dunque, che rovescia completamente la politica del governo, anche sulle questioni del Mezzogiorno. E le critiche della Cgil sull’articolo 18? è stato chiesto ad Angeletti: «Evidentemente non hanno letto bene il testo dell’accordo».

Dopo tanti sacrifici, dopo tanti mesi di trattativa e di tormenti, alla fine «abbiamo fatto un buon accordo», ha detto poi il segretario della Cisl, Savino Pezzotta. E’ un accordo che segna una vera e propria «svolta» in senso riformista. «Il sindacato, così, torna a esser importante». Si torna a concordare con il governo la politica dei redditi, che tanto «noi non siamo – ha precisato Pezzotta – per una rincorsa salariale. Ci basta che sia garantito il potere d’acquisto». Il segretario della Cisl ha quindi sottolineato i due punti politici più rilevanti: da una parte il sindacato che controlla i salari, dall’altra un sindacato che si fa coinvolgere con piacere nei nuovi «enti bilaterali» che gestiranno i servizi dell’impiego, la formazione e quant’altro. E’ il modello del sindacalismo dei servizi, contrapposto al sindacalismo del conflitto che la Cisl rivendica e che trasformerà il ruolo del sindacato italiano. Pezzotta ha anche ammesso ieri che alla fine dei tre anni di sperimentazione sull’articolo 18 (vedi la scheda qui sotto) le parti firmatarie decideranno se continuare o no. Ovvero ha ammesso che questo sarà solo l’inizio, perché come ha spiegato più volte il sottosegretario Sacconi – per il quale ieri inizialmente mancava un sedia in sala stampa – l’obiettivo del governo (e quindi ora anche delle parti) è quello di superare tutte le norme dello Statuto dei lavoratori.

Silvio Berlusconi, reduce dal terremoto Scajola, era raggiante. «E’ la più importante riduzione delle tasse della storia italiana». Meno tasse e più lavoro. Ha esordito così spiegando che il Patto per l’Italia non è che un passaggio nell’applicazione del contratto quinquennale con gli italiani. Berlusconi (ma non solo lui) ha detto che il Patto è dedicato a Marco Biagi e che è appunto il primo passo di un percorso di riforme che cambieranno completamente la faccia del paese. Punto molto interessante riguarda i tagli di spesa. Nel documento c’è scritto che nella prossima finanziaria dovranno essere evitati. Ma ieri, durante la conferenza stampa, sia Tremonti, che D’Amato, che Maroni e Parisi ci hanno dato due notizie: il discorso sulla sanità è ancora aperto, mentre tornerà presto all’attenzione la riforma delle pensioni. Ed è un discorso che Guglielmo Epifani (vedi l’articolo nella pagina precedente) ha spiegato con grande ludicidità: un accordo che riduce i diritti e che non produrrà posti di lavoro, ma che in cambio cambia il ruolo sociale del sindacato. Prossima tappa: la delega previdenziale.