«Apriamo i mercati». Ma non ci sono fondi

11/10/2005
    martedì 11 ottobre 2005

    Pagina 19 – Economia e Finanza

    OBIETTIVO SVILUPPO NEL PIANO ANCHE LA PIENA CIRCOLAZIONE DEI SERVIZI, L’APERTURA AGLI INVESTIMENTI STRANIERI, E UNA SEMPLIFICAZIONE DELLE REGOLE

      «Apriamo i mercati». Ma non ci sono fondi

        Ecco il progetto di liberalizzazione presentato da La Malfa e fermato da Tremonti e Castelli

        documento
        Marco Sodano

          L’ingresso dell’economia italiana nel futuro è rinviato. Si è innervosito il custode dell’ortodossia finanziaria Giulio Tremonti quando ha saputo che si trattava di spendere, quest’anno, tre miliardi. Soprattutto, si è messo di traverso il custode dell’ortodossia padana – ministro della Giustizia Roberto Castelli – di fronte alla prospettiva di liberalizzare il mercato dei servizi o come dice il Consiglio dell’Unione europea «ampliare l’area di libera scelta dei cittadini e delle imprese».

          Perché questa è la strada indicata nel piano italiano (fino a oggi riservato) per il rilancio della strategia di Lisbona. E il documento, congelato la scorsa settimana durante il consiglio dei ministri, è rimasto nelle bozze dei tecnici. Il suo promotore – ministro per le politiche comunitarie Giorgio La Malfa – ha fatto buon viso a cattivo gioco, giurando che tornerà alla carica, anche se il clima non è dei migliori. Il suo progetto mira a disegnare un percorso che dovrebbe condurre a un’Italia più aggressiva e competitiva, nella quale i prezzi sono più bassi. Il Paese che sognano in molti, mondo dell’impresa e i consumatori tra i primi. Per arrivarci, però, il ministero guidato da La Malfa non ha esitato a toccare parecchi nervi scoperti: ciò che la politica cerca sempre di evitare, tanto più in prossimità di elezioni. Il capitolo liberalizzazione, sotto questo punto di vista, è quanto meno esplosivo. Con tre punti chiave.

          Uno. «Introdurre nell’ordinamento una norma che recepisca la direttiva europea sui servizi in corso di definizione». È la famigerata direttiva Bolkestein, dove è stabilito il diritto dei cittadini d’Europa di acquistare servizi in qualunque stato comunitario «senza che questo venga impedito da misure restrittive del loro Paese o da comportamenti discriminatori di attività pubbliche o operatori privati». Vietato, per esempio, scoraggiare lo straniero imponendogli passaggi di burocrazia inestricabili. Sottoporlo a controlli vessatori, obbligarlo a prendere la residenza, inventare adempimenti per il distacco di personale che potrebbe rendersi necessario. Anche perché un’altro punto qualificante della strategia è la semplificazione delle regole.

          Due. «Perfezionare il passaggio dai prezzi controllati ai prezzi liberi per l’intero settore economico», quindi lasciare – ancora – gli stranieri padroni di sbarcare sul mercato dello Stivale con il loro tariffario: che potrebbe essere migliore (e anzi, se qualcuno non è d’accordo c’è da giurare che sarà migliore davvero). Tre. «Completare la liberalizzazione dei mercati recependo le indicazioni dell’Autorità garante della concorrenza e delle Autorità di settore».

          Non c’è bisogno di frequentare le stanze dei bottoni per intuire che tra quelle righe c’è scritto che vanno aperte le porte blindate delle telecomunicazioni. Sono la spina dorsale dei servizi e nella strategia di Lisbona vista sul versante italiano hanno un ruolo da prime attrici. Nell’introduzione al piano è spiegato che l’Italia «intende migliorare le condizioni di ambiente economico e sociale al fine di propiziare crescita e occupazione, ma soprattutto si prefigge di ampliare le libertà di scelta dei cittadini affinché essi possano fare ciò che sanno e vogliono fare. Produttori e lavoratori saranno i beneficiari primi delle scelte, ma saranno i consumatori ad essere i maggiori beneficiari finali». Quel «soprattutto» fa paura. Con le elezioni in Primavera il Carroccio non ha nessun desiderio di spiegare per quale motivo il «suo» governo spalanca Sempione e Gottardo agli «idraulici polacchi» o a imprese della nuova Europa i cui listini sono decisamente più abbordabili di quelli nostrani.

          Per tener fuori gli idraulici polacchi, però, si rischia di smarrire il resto del piano La Malfa. In sintesi: investimenti per incoraggiare la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica – dagli aumenti dello stipendio dei ricercatori universitari al taglio Irap per chi lavora in laboratorio -. Denari per migliorare l’istruzione limando la distanza tra Nord e Sud del paese – quest’ultimo sta colmando la distanza nel numero di studenti titolati ma è indietro sulla «competenza», dice il documento -, adeguare le infrastrutture (per esempio Salerno Reggio e Messina Palermo, che così come sono faranno del Ponte sullo Stretto una cattedrale lasciata a impolverarsi nel deserto). Ancora, risorse per la tutela dell’ambiente: carburanti puliti, energia solare, impianti di cogenerazione. «Vedi Giorgio – ha spiegato Tremonti – non è che non ti voglio dare i soldi. È che non ci sono proprio». Si vota: il futuro può attendere.