Apprendisti stregoni – di Barbara Spinelli

17/02/2003




17 febbraio 2003



Apprendisti stregoni
di Barbara Spinelli

Per i democratici che avevano costruito le proprie fortune sul populismo, e che ancor ieri sembravano nuotare in un mare a loro amico, questi sono giorni duri da traversare. L’opinione pubblica era a loro fianco, patrimonio immoto e incontrovertibile. I sondaggi erano il loro principale alimento, e nulla veniva fatto o detto che contraddicesse il decisivo verdetto delle indagini d’opinione. La loro forza era il demos, il popolo in nome del quale il populista si allena a parlare.

Ma ecco che d’un tratto il demos non è più dalla loro parte: questa guerra che si sta preparando ad opera di uomini come Bush, come Blair, o come Aznar e Berlusconi, l’opinione pubblica non la vuole. Non ne capisce il motivo, la finalità: in quasi seicento città del mondo è sceso in piazza per dire il suo no alla mobilitazione bellica contro il regime di Baghdad. Tra i manifestanti ci sono naturalmente anche i pacifisti classici, che non vedono il pericolo quando cresce e che giudicano più minacciosa l’America di Bush che l’Iraq di Saddam Hussein.

Ci sono i complici del crimine, che fingono d’aver scordato i villaggi curdi gasati da Saddam nell’88 o che ignorano il bisogno di libertà dell’opposizione irachena. E ci sono gli impauriti, che davanti ai dittatori sono avvezzi a piegarsi.

Ma non c’è solo questo, nel riluttante diniego che esprimono le popolazioni dei paesi liberi. C’è una più fondamentale diffidenza, nei confronti di politici che lanciano guerre con crescente facilità, senza spiegarle fino in fondo. Che hanno trasformato la guerra stessa in una delle tante opzioni della politica, e anzi nell’opzione ideale quando la ben più lenta e ingrata lotta al terrorismo non consegue risultati immediati.

E c’è infine un timore più assennato di quel che sembra: il timore che i politici non sappiano far altro che questo, in definitiva, e cioè governare e decidere diffondendo la più micidiale delle passioni, che consiste appunto nella paura.

E’ strano quello che sta succedendo: i governanti che vogliono la guerra usano la paura come arma di persuasione, e con la paura si sono abituati a fare politica. Altra via faticano a trovarla anche quando la cercano, e per questo finiscono spesso prigionieri di formule che non sanno bene come modificare. Per difendere le proprie scelte belliche, ogni volta dipingono scenari di catastrofe. Bush annuncia che ci saranno attentati ben più spaventosi dell’11 settembre, e immagina di ricreare l’euforia solidale dell’autunno 2001.

Blair descrive un’Inghilterra in stato d’assedio. Berlusconi, quando parla dell’Iraq, predice l’imminenza di vasti delitti terroristici sul territorio italiano. E’ così che i demagoghi democratici hanno perso le vittorie sondaggiste di cui andavano tanto fieri: dipingendo un mondo ancor più nero, il giorno che scoppierà la guerra. E’ così che hanno giocato con la paura per esserne poi sommersi, alla stregua di tanti apprendisti stregoni alle prese con il demone che spensieratamente avevano suscitato.

Come nella poesia di Goethe, il mostro finisce infatti per rivoltarsi contro chi l’aveva invocato: «Signore, la sciagura è grande! Quelli che avevo invocato per magia, gli spiriti, ora non riesco più a liberarmene». D’un tratto sembrano attori senza più pubblico né voce, gli statisti che s’accampano sugli schermi televisivi e invitano i soldati a salpare. Ripetono minacce e slogan in una sorta di deserto, paiono uomini-replicanti attrezzati per dire sempre gli stessi luoghi comuni.

Una vignetta sull’Herald Tribune riassume bene la situazione. Colin Powell, a corto di argomenti forti e di prove sul legame tra Baghdad e l’11 settembre, si rivolge a Saddam con una serie di frasi fatte cui i sosia del dittatore replicano: «Il peggio è ormai sicuro. Ogni volta, alla vigilia di un attacco militare, è con una pioggia di stereotipi che ci bombardano».

Il regno dello stereotipo è solido – lo dice l’etimologia, stereos è ciò che è saldo, rigido – ma è al tempo stesso vuoto, immobile, impermeabile alle esperienze. Lo stereotipo è un’opinione rigidamente precostituita, e non a caso il populista se ne impossessa d’istinto. Proprio perché non ha proprie idee robuste, egli è abituato a adottare le opinioni altrui – dei sondaggi, o di una potenza più forte – e quando viene il momento cruciale non sa argomentare con le voci dissenzienti o con i sondaggi mutati. All’inizio ascolta tutti, passivamente. Alla fine non ascolta più nessuno, perché il popolo lo voleva docile e non lo sopporta quando si mette a discutere.

Eppure è proprio questo che abbiamo visto in televisione, venerdì, quando Hans Blix e El Baradei hanno presentato il loro rapporto al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Abbiamo assistito in diretta a uno straordinario dibattito fra sedici governi che in rappresentanza del mondo hanno discusso questioni essenziali: come combattere il terrorismo, dopo il trauma dell’11 settembre; come far fronte a un nemico che non ha volto, che abita non tanto città come Baghdad ma di preferenza le libere città dell’Occidente.

E come vincere la battaglia contro il pericolo di Saddam: se subito con le armi, o progressivamente con la politica del contenimento, delle ispezioni coercitive. I politici che hanno fin qui vissuto di sondaggi hanno mostrato di non essere all’altezza di simili contraddittori: Bush si è rifiutato di seguire il dibattito alla televisione, e ha ripetuto i suoi stereotipi senza tener conto che l’Onu non è solo un «club di vane discussioni». Sembrava lontano mille miglia da Powell, che a New York si sforzava di ascoltare, di capire, di convincere: lo stereotipo l’aveva inghiottito.

Sembrava l’esatto corrispettivo del manifestante pacifista. Lo slogan di quest’ultimo, riduttivo come tutti i cliché, è: «No alla guerra senza se e senza ma». Lui gli faceva eco con un altro cliché: «No alla coercizione pacifica e alle pressioni dissuasive, senza se e senza ma».

Se lo stereotipo regna così sicuro di sé ci devono essere ragioni cogenti, su cui conviene indagare. La lotta al terrorismo è appena cominciata, e dopo la prima controffensiva in Afghanistan non è riuscita ancora a raggiungere i suoi scopi: cellule terroristiche si moltiplicano nelle democrazie liberali, Bin Laden non è catturato, i suoi proclami continuano a aizzare gli estremisti arabi.

E’ il terreno ideale, per la fossilizzazione delle strategie. Incapace di condurre con calma una strenua lotta poliziesca contro il terrore, una parte dell’Occidente ricorre all’arma della guerra: perché nelle guerre il nemico è più visibile, perché le vittorie sono subito palpabili, perché la dissuasione è più difficile.
Dicono che solo la vecchia Europa mette in discussione queste strategie, perché dominata dalla paura e perché non si cura dei paesi più esposti al terrorismo che sono l’America e Israele.

Ma non tutta l’opinione europea è alimentata da atteggiamenti di viltà, o dall’antiamericanismo. Molti sono contro la guerra perché non vedono la sua utilità, e chiedono ai politici di fare molta più politica e molto meno psicologia prima di affidarsi ai generali. E’ la posizione al Consiglio di sicurezza di Dominique de Villepin, ministro degli Esteri francese: la guerra non va esclusa, ma forse si può vincerla contro Baghdad prima di doverla fare.

Forse si può vincerla senza distruggere preliminarmente l’Unione europea e le Nazioni Unite, l’Alleanza atlantica e il legame con l’America che nessun governo europeo vuol spezzare. Questo sostiene Ciampi, nella lettera inviata ieri a Berlusconi: l’Italia, paese fondatore della Comunità, non può condividere l’opinione di chi ritiene fallita la Nato come scelta di civiltà, se solo l’Europa prova a pensare strategie alternative e a cercare un’unità intorno a tali strategie. Forse ci si può sbarazzare di Saddam con una guerra fredda, senza gettare nel terrore il popolo d’America e quello d’Israele.

La paura è cattiva consigliera in tutte le circostanze: sia nelle mani dei pacifisti radicali, sia in quelle dei demagoghi che manipolano le passioni umane per meglio disertare lo spazio della politica, del dibattito e della lenta costruzione della pace. Prima o poi la paura sommerge gli uni e gli altri, come gli spettri che si ribellano allo stregone troppo convinto di poterli governare.