Apprendistato, un accordo sbagliato

02/11/2010

Il 27 ottobre il Governo ha ottenuto da Regioni e parti sociali (compresa Cgil) la firma di un accordo sull’apprendistato, che rappresenta un cedimento all’impostazione di Sacconi. Non si tratta di un tema marginale: anche l’anno scorso sono stati attivati più di mezzo milione di contratti di apprendistato. I contenuti principali sono: 1) si condividono tutte le forme di apprendistato introdotte dalla cd. legge Biagi (comprese quelle assurde e peraltro inattuate come l’apprendistato sostitutivo della scuola, conforme alle leggi Moratti, e quello dell’alta formazione); 2) si sostiene che “il rilancio del contratto di apprendistato […]impone una maggiore valorizzazione […]della formazione aziendale”; 3) si confermano le previsioni dei contratti collettivi (e dell’accordo interconfederale con Confapi, anch’esso sottoscritto
da Cgil nella logica della riduzione del danno) stipulati sulla base di una norma del 2008 che consente la formazione esclusivamente aziendale; norma che la Corte costituzionale ha dichiarato – su ricorso delle Regioni – parzialmente incostituzionale proprio nelle parti che questi contratti collettivi hanno attuato: cioè si conferma la validità di contratti collettivi che sono in realtà nulli, come diranno i giudici quando saranno chiamati ad esprimersi in tema. E peraltro, come riconosce lo stesso accordo, questi contratti collettivi sono applicabili solo nelle Regioni (la minor parte) che non hanno provveduto a regolare l’apprendistato professionalizzante, quindi il disordine continuerà; 4) si istituisce un tavolo tra le parti stipulanti per definire linee per la riforma dell’apprendistato, prevista dal famigerato collegato
lavoro, con gli obiettivi di valorizzare formazione aziendale e bilateralità; 5) con una previsione incredibile (e chiaramente nulla perché contrastante con le norme costituzionali sulle competenze delle Regioni), si prevede che le imprese con diverse sedi applichino solo la normativa delle Regioni ove hanno sede legale: così che, per esempio, Fiat dovrà impiegare la normativa piemontese anche in Campania, e Ilva quella lombarda in Puglia: e i controlli (che evidentemente non si vogliono) dovrebbero essere ispirati a norme di altre Regioni che non possono essere conosciute da chi le deve applicare. Per non parlare del possibile dumping delle sedi legali, da trasferire nelle Regioni che hanno una normativa più spudoratamente filodatoriale: e non mancano. Siamo, come si vede, in piena apologia della cd. capacità formativa dell’impresa, asse portante dell’ideologia ultrareazionaria di Sacconi. Sta di fatto che i rapporti di forza consentivano altre scelte: innanzitutto per le Regioni, che hanno avuto ragione dalla Corte costituzionale e che sanno che la formazione aziendale non solo non è controllabile, e in concreto in molti casi non sarà svolta affatto, ma anche se lo fosse espropria le competenze regionali in tema di formazione professionale, e condanna l’apprendista ad imparare solo che ciò che serve all’azienda datrice di lavoro, il che non lo aiuterà a trovare lavoro altrove alla scadenza del contratto; e molto mi spiace che, a parte le molte Regioni nel frattempo passate a governi di destra, neppure la Puglia di Vendola abbia negato il consenso a questo obbrobrio, forse perché il Presidente è distratto da altri problemi e il passaggio dell’assessorato al Lavoro dalla sinistra al PD non ha aiutato l’interesse per la difesa dei lavoratori. Ma anche per la Cgil: non è coerente dichiarare che ci si oppone all’apprendistato a 15 anni e poi sottoscrivere questi contenuti, che diminuiranno ancora l’effettiva formazione utile agli apprendisti e configureranno ancor più un contratto di sottoinquadramento, sottosalario, sottocontribuzione e precarietà per i giovani, del quale si può dubitare che sia legittimo persino secondo le norme di Bruxelles. Peraltro, si auspica un ulteriore rafforzamento della bilateralità in un campo improprio, che avvicina il modello di sindacato di servizi imposto ai lavoratori, tanto caro alla parte peggiore del sindacalismo italiano. Può darsi che divisi si perda: ma uniti sulla linea del Governo del cadente regime berlusconiano si perde ancor più, come mostrano i miseri risultati ottenuti dalla complicità imposta da Bonanni e Angeletti a Cisl e Uil. * Università di Foggia