Appassionato sostenitore dell’innovazione – di Carlo Dell’Aringa

21/03/2002





Appassionato sostenitore dell’innovazione
di Carlo Dell’Aringa

Come studioso Marco Biagi era molto attento, direi quasi curioso, di ciò che, in materia di lavoro e di relazioni sindacali, veniva discusso e deciso negli altri Paesi, soprattutto in quelli europei. Era stato, tra l’altro, presidente dell’Aisri, l’associazione italiana di Relazioni industriali nonché membro dell’Iira, l’associazione internazionale che opera nello stesso campo. Aveva organizzato qualche anno fa a Bologna il prestigioso convegno mondiale dell’Iira che ha luogo ogni quattro anni. Si era ormai stabilmente inserito in una rete di docenti ed esperti di vari Paesi, di standard internazionale; dirigeva una rivista in lingua inglese sugli stessi argomenti. Avrebbe dovuto organizzare il mese prossimo un altro convegno internazionale presso la sua Università di Modena. Non era solo uno studioso, ma anche un efficiente organizzatore di associazioni, di eventi, di reti di studiosi: per queste sue doti, la Commissione europea lo aveva spesso incaricato di dirigere gruppi di esperti e di curare p ubblicazioni della stessa comunità. Dell’intensa produzione di Marco come studioso di diritto del lavoro ne parleranno i suoi colleghi nelle sedi scientifiche. Voglio ricordati i suoi contributi maggiormente finalizzati alla sua attività di esperto e di tecnico prestato alla politica. Le espressioni che ricorrono più frequentemente in questi suoi scritti sono: «Soft laws», «Leggi cornice», «Statuto dei lavori», «Metodo del coordinamento aperto», «Dialogo sociale». Queste espressioni nascondono concetti importanti, concetti nuovi, in grado di sprovincializzare il nostro modo di fare politica del lavoro e delle relazioni sindacali. Marco riconosceva, non poteva non farlo, le specificità del caso italiano, di cui occorreva tener conto nel proporre riforme del nostro apparato normativo, ma non riteneva che questi aspetti specifici fossero tali di impedire di guardare avanti, verso un processo di rinnovamento, così come è stato fatto in molto Paesi europei. Non si arrendeva facilmente al rispetto degli equilibri politici e sindacali che si erano consolidati nel tempo e che tal volta rappresentavano un’ostacolo ai tentativi di riforma. Marco stringeva fortemente per l’innovazione sociale e normativa. Le leggi leggere, il nuovo statuto, il coordinamento aperto erano strumenti per disegnare un sistema meno rigido, più pratico, meno ideologico, orientato ai risultati, rigoroso nel garantire alcuni diritti fondamentali da far rispettare in tutte le circostanze e in tutti i rapporti di lavoro, un sistema in grado di sprigionare le pontezialità esistenti, di orientare le attività dei singoli attori e operatori senza costringerli però a rispettare un insieme troppo complesso e spesso contorto di regole minuziose. Voleva permettere a loro, invece, di ritrovare le soluzioni migliori, più personalizzate, più rispondenti alle specifiche esigenze e aspettative. Marco Biagi non aveva peraltro dimenticato che il lavoratore subordinato rimane la parte debole da proteggere nel rapporto di lavoro, ma riconosceva – come fanno ormai molti – che il mondo dei nuovi lavori richiede non più e solo una serie di garanzie sul posto di lavoro, ma anche dosi crescenti di professionalità, esperienza, competenze, che sono i fattori che danno sicurezza e protezione vera nel mercato del lavoro. Per questo stesso motivo Marco lamentava, come molti di noi, la scarsa efficacia delle politiche del lavoro e della formazione nel nostro Paese. Da noi stenta ad affermarsi una vera politica attiva che aiuti i più deboli a inserirsi stabilmente nel mercato del lavoro e a facilitare l’incontro tra domanda e offerta in modo da aprire a tutti maggiore opportunità, opzioni, possibilità di scelta. Il binomio inseparabile della flessibilità con la sicurezza era ben presente a Marco. Come conciliare efficienza con equità attraverso il dialogo sociale era la sua sfida e deve continuare ad essere anche la nostra.

Giovedí 21 Marzo 2002