Appalti servizi, no alla deregulation

26/06/2002

              26 giugno 2002

              Le associazioni degli imprenditori e i sindacati uniti contro la norma contenuta nel ddl lavoro

              Appalti servizi, no alla deregulation

              Si rischia il Far west nelle gare e l’esplosione del sommerso

              di Gaetano Pedullà

              Un coro di no dalle imprese e dai sindacati. L’emendamento approvato in commissione lavoro del senato, che prevede una delega al governo per ridefinire i criteri di valutazione dei costi negli appalti dei servizi, escludendo il ricorso al ministero del lavoro (si veda Italia Oggi di ieri), suscita allarme. Le aziende temono un ritorno al Far west nelle gare; i sindacati una nuova ondata di lavoro nero e irregolare. «Se si consentirà di evitare le valutazioni sui costi minimi del ministero del lavoro», spiega il segretario nazionale di Assoedili Cna, Roberto Giorgini, «le imprese dovranno ribassare le offerte a tal punto da perdere competitività». Secondo Giorgini questa è l’occasione per capire se le forze politiche della maggioranza vogliono contrastare seriamente il lavoro nero. «Tornare al massimo ribasso negli appalti dei servizi», spiega, «potrebbe aprire un varco all’applicazione dello stesso principio anche in settori caratterizzati da imprese con tecnologie elevate (come gli impiantisti, gli edili ecc.) provocando una nuova esplozione del lavoro nero». Il segretario di Confesercenti Marco Venturi, boccia il «riferimento ai contratti collettivi di associazioni comparativamente rappresentative», previsto dall’emendamento approvato in senato per determinare i costi minimi delle forniture. «Una tale ipotesi può accontentare Confindustria ed escludere le altre associazioni d’impresa», spiega. «Per questo motivo è indispensabile che il parlamento ascolti le diverse associazioni. Ma Venturi lancia un ulteriore allarme: «Dietro l’angolo non c’è solo il problema della concorrenza tra imprese regolari e irregolari, ma anche la possibilità di infiltrazioni criminali. Meglio allora mantenere la norma attuale, che forse contiene qualche lungaggine in più, ma sicuramente offre maggiori garanzie».

              Per il presidente della Fise (la federazione delle imprese di servizi della Confindustria), Giovanni Gorla, «la legge 327 del novembre 2000 è stata il primo serio tentativo di regolare il mercato degli appalti attraverso la chiara indicazione del costo del lavoro, così come previsto dai contratti collettivi nazionali di lavoro. Questo sistema», prosegue Gorla, «assicurava una corretta concorrenza delle imprese sul mercato e costituiva un deterrente per far emergere dal sommerso le aziende che avessero voluto partecipare alle gare di appalto rispettando le regole del gioco. Se la modifica introdotta con la riforma del mercato del lavoro elaborata in commissione al senato fosse approvata, ciò comporterebbe il grave rischio di tornare alla vecchia logica e riaprire il mercato degli appalti alle imprese irregolari, con danni per le imprese associate che da sempre rispettano i contratti di lavoro, nonché le normative legislative in materia previdenziale e assistenziale».

              Sulla stessa lunghezza d’onda anche il vicepresidente di Unioservizi Confapi, Giovanni Frasca. «C’è il rischio di fare tornare il settore degli appalti dei servizi indietro di 100 anni», spiega. «Una prospettiva inaccettabile», aggiunge, «dopo gli sforzi fatti dalle imprese per regolamentare il settore: dall’iscrizione agli albi sino al dpem 117/2000 che obbliga gli enti pubblici a fare riferimento alla tabella dei costi del ministero del lavoro e ad aggiudicare le gare secondo il criterio del rapporto qualità-prezzo e non del massimo ribasso. Regole volute per arginare le aziende pirata che penalizzano le imprese regolari.
              Per questo abbiamo investito della questione il viceministro per le attività produttive, Adolfo Urso, che ha raccolto le tesi e si è impegnato a verificare le indicazioni di Confapi». Vittorio Castelli, alla guida dell’Associazione unitaria delle industrie di lavanderia, non usa mezzi termini: «Il governo parla di lotta al sommerso, ma qua si fa l’esatto contrario. E la prospettiva adesso è di un forte ritorno del sommerso nel mercato dei servizi. Se le offerte delle imprese risulteranno di gran lunga inferiori rispetto alla tabella dei costi del ministero, evidentemente c’è qualcosa che non funziona.
              Sul fronte dei lavoratori, il segretario nazionale della Filcams Cgil, Carmelo Romeo, dice no all’emendamento che cancella la legge 327. «Legge acquisita dopo 10 anni di mobilitazione del sindacato, che rappresenta un ostacolo al lavoro sommerso e un contributo notevole alla trasparenza negli appalti dei servizi.
              Se si collega questo emendamento con un altro emendamento presentato sempre dalle forze della maggioranza per cancellare la legge 142/2001 (riordino del socio lavoratore) e con il dpr in corso di emanazione sull’esternalizzazione dei servizi nelle aziende dei servizi pubblici, il cerchio si chiude: evidentemente c’è una volontà di non contrastare il lavoro sommerso».