Anzianità, la riforma a partire dal 2008

29/09/2003


27 Settembre 2003

Anzianità, la riforma a partire dal 2008

Roberto Giovannini

ROMA
In due parole: dal 2008, sia pure con una certa gradualità, le pensioni di anzianità saranno di fatto abolite. Anche se il meccanismo andrà a regime completamente soltanto nel 2013 – da allora ci vorranno 40 anni di contributi per il pensionamento anticipato – la riforma contenuta nel documento che il governo consegnerà formalmente lunedì ai sindacati in pratica mette la parola fine al sistema delle pensioni di anzianità. Ovvero, la pensione che si acquisisce soprattutto grazie a una lunga storia di lavoro e di contribuzione, il canale «normale» fin qui utilizzato dalla stragrande maggioranza dei lavoratori del nostro paese. Per conquistare l’obiettivo dell’abbandono del lavoro, infatti, occorreranno requisiti di contribuzione sempre più elevati e problematici da raggiungere. Specie considerando che l’èra in cui un lavoratore entrava in azienda giovanissimo è ormai tramontata. Per chi non avrà i numeri «giusti» – sempre che la riforma Tremonti-Maroni divenga legge così come è oggi – l’unica possibilità sarà la pensione di vecchiaia, quella che si raggiunge con 65 anni di età (60 per le donne), che finora era il canale riservato agli italiani con carriera lavorativa precaria o nulla.
Il documento del governo non è ancora un articolato di legge, e dai ministeri si manda a dire ai sindacati che entro certi limiti c’è disponibilità al confronto e ad aggiustamenti. E il limite – ormai evidente a tutti – sta nella necessità assoluta da parte dell’esecutivo di presentare a Bruxelles e al mondo della finanza e dei mercati interventi «rigorosi» e strutturali sulle pensioni che possano controbilanciare una manovra 2004 largamente fatta di condoni e sanatorie, e con obiettivi di finanza pubblica pericolosamente vicini al «tetto» del 3% di deficit/Pil sancito nel patto si stabilità. Tuttavia, il testo è sufficientemente chiaro: indica gli obiettivi della manovra sulla previdenza; articola le misure che entreranno a far parte subito della manovra (nella Finanziaria o nel decretone fiscale) oppure entreranno come emendamento alla delega; specifica gli elementi irrinunciabili e quelli negoziabili.
Vediamo i dettagli. Partendo, appunto dalla riforma strutturale delle
pensioni di anzianità. L’intervento riguarderà circa 9 milioni di lavoratori, ovvero tutti coloro che sono in attività da prima del 1995 e hanno la pensione calcolata col metodo retributivo o con sistema «misto» (parte retributivo, parte contributivo pro-rata). I giovani, per i quali vigono le regole della riforma Dini) non verranno toccati, e potranno andare in pensione contributiva (il primo ce la farà intorno al 2030) anche con soli cinque anni di anzianità tra i 57 e i 65 anni di età. L’idea del ministro Tremonti di irrigidire i criteri anche per costoro non è passata. Alla riforma scamperanno soltanto i lavoratori che avranno maturato i diritti secondo le regole oggi vigenti (in pratica, 57 anni di età e 35 di contributi) di qui al 31 dicembre 2007, che riceveranno una «certificazione» del loro diritto acquisito. Per tutti gli altri – ovvero per chi oggi ha meno di 30 anni di contributi – i requisiti per la pensioni di anzianità si allontaneranno. Chi al 1° gennaio 2008 avrà 34 anni di contributi dovrà lavorare altri due anni, fino a quota 36; chi ne avrà 33, dovrà lavorare altri quattro, fino a quota 37, e così via. Nel 2013 serviranno 40 anni di contributi. Oppure, si dovrà aspettare la pensione di vecchiaia.
Secondo gli esperti, a regime la riforma porterà l’età media di pensionamento a 63 anni, contro i 59 anni e mezzo attuali. Per le donne, che di norma iniziano a lavorare più tardi, la pensione di anzianità diventerà quasi irraggiungibile, e la «fuga» sarà possibile solo con quella di vecchiaia a 60 anni. I risparmi per le casse previdenziali saranno notevoli, anche se inferiori a quelli indicati dal Tesoro in 12 miliardi di euro dal 2013. Sempre nella delega finirà il conferimento del
Tfr ai fondi pensione e la decontribuzione a favore delle imprese per i nuovi assunti: qui il documento sarà «aperto» a possibili modifiche in cambio di una disponibilità da parte dei sindacati.
Altre misure che il governo intende attuare più rapidamente, invece, faranno parte della Finanziaria o del decretone fiscale, come l’innalzamento al 19% dell’aliquota previdenziale a carico dei
collaboratori. Stesso discorso per il contributo del 2% a carico delle pensioni d’oro, che sarà largamente simbolico come gettito, visto che colpirà solo circa 2.100 pensionati che oggi percepiscono un assegno superiore ai 10.000 euro. Via libera rapido anche alla stretta sulle pensioni di invalidità: la competenza per i controlli e la concessione dell’assegno di invalidità dovrebbe essere centralizzata presso l’Inps, favorendo i controlli, imponendo una autocertificazione per i beneficiari, e riducendo il contenzioso. Infine, ci sarà il superincentivo sul salario per chi rinuncia alla pensione di anzianità da oggi: il bonus sarà pari al 32,7% della retribuzione (anche se la pensione, alla fine sarà meno ricca), e non sarà completamente esente da tasse. L’ipotesi è quella di imporre una aliquota fiscale Irpef dell’11%.