Antonio Percassi: Un uomo chiamato ipermercato

26/10/2007
    N.42 AnnoLIII – 25 ottobre 2007

      Pagine 101/102 – Attualità

        IL RE DEGLI OUTLET

        Un uomo chiamato
        IPERMERCATO

          Antonio Percassi giocava nell’Atalanta. Poi diventa imprenditore d’assalto. Ora a Linate vuole costruire un megastore. E scatena le proteste

            DI ROBERTO DI CARO

              Come consumatori pendono dalle sue labbra. Lui sa come farli entrare in un negozio o megastore, fargli aprire il portafoglio, convincerli a tornare, addirittura prendendo un volo low-cost Londra-Orio al Serio apposta per fare la spesa nel suo Oriocenter e rientrare la sera a casuccia oltremanica carichi di cibo e moda d’Italia. È come cittadini che, talvolta, quei consumatori felici gli si rivoltano contro. Perché i grandi centri commerciali sono sì le nuove piazze d’Italia, ma non se spuntano dietro il giardino di casa intasando l’orizzonte di viadotti, svincoli, tangenziali, e l’aria dei gas di scarico delle auto. O, peggio, al posto dei cortili e degli spazi condominiali espropriati, come capiterebbe a 200 edifici di Segrate frazione Tregarezzo (accusa la petizione dei 2.200 del Comitato del no), se andrà avanti l’ultimo ambizioso investimento di Antonio Percassi: il Linate shopping center, ipermercato di 22 mila metri quadri, 300 negozi, bar, ristoranti sulle rive di un lago di 20 mila quadri in un parco di 80 mila, più cinema multisala e area giochi. L’iter è partito ai primi di febbraio, d’accordo la giunta regionale lombarda di centrodestra, quella provinciale milanese di centrosinistra e il sindaco di Segrate: che però, potrebbe trovarsi bocciato dal consiglio comunale, dove nella maggioranza si sono schierati contro tutti i leghisti, una consigliera forzista e una ex An. Far chiudere 500 piccoli e medi esercizi commerciali, tale è la previsione d’impatto del centro, ha un costo in voti che non tutti sono disposti a pagare. E ripetere a Linate il geniale giochetto dello shopping d’oltreconfine "fly & buy" che ha fatto la fortuna di Oriocenter fa saltare sulla poltrona i sindaci di Pioltello, Peschiera Borromeo e degli altri comuni della Martesana, da sempre in guerra perché gli aerei rompono i timpani ai loro concittadini ed elettori.

                Purché non facciano un referendum, deve incrociare le dita Percassi. O rischia di finire come in Arizona. Dove nel 2000 gli abitanti della contea di Coconino gli hanno bloccato, nonostante l’appoggio degli indiani Hopi e Navajo, il progetto da 330 milioni di dollari per il Canyon Forest Village, porta d’accesso sud al Parco del Grand Canyon dove intendeva edificare 900 stanze d’albergo, 2.500 alloggi, spazi commerciali, ospedale e caserma dei vigili del fuoco. Non che ci abbia rinunciato. Percassi, classe 1953, figlio di un impresario edile di Clusone in val Seriana, è uno che quando qualcuno o qualcosa lo blocca, ci puoi giurare, prima o poi torna alla carica. Lo ha fatto anche con il nuovo stadio, nella sua Bergamo e per la sua Atalanta. Sua perché ci giocava da terzino titolare dai 17 ai 22 anni, mentre studiava da geometra e poi cominciava Ingegneria al Politecnico di Milano. Mollò il pallone quando lo cedettero al Cesena: un fuoriclasse non era, e non lo allettava la prospettiva del calciatore disoccupato. Un anno dopo comprò in viale Papa Giovanni il suo primo negozio di abbigliamento, marchio Tomato di Benetton. Sua però, l’Atalanta, anche perché nel ’90 se la comprò, ne divenne presidente e assunse il più bravo talent scout sulla piazza, quel Mino Favini che tirò su il miglior vivaio calcistico d’Italia. Lo scivolamento in B gli raffreddò l’entusiasmo, e nel ’94 vendette l’Atalanta a Ivan Ruggeri, imprenditore della plastica. Lo stadio, dunque. Secondo il suo stile, mai fare le cose in piccolo se puoi farle alla stragrande, propone nel 2003 un impianto da 30 mila posti e annessa una fantasmagorica Cittadella dello sport a Grumello del Piano, piena di spazi verdi e aree commerciali: chiama a progettarla la Arup, la società di engineering che ha disegnato lo stadio di Sydney e il Palahockey di Isozaki per Torino 2006. Per avere lo stadio ci tocca un altro Oriocenter, malignano i bergamaschi, gente coi piedi ancorati a terra. Il centrodestra nicchia, il centrosinistra conquista il Comune, il progetto affonda. Ma quando il nuovo sindaco dice: «Chi ha idee per lo stadio si faccia avanti», a dire «Presente!» è di nuovo Percassi. Con un progetto lievemente più circospetto in un’ex cava a Grassobbio, stavolta è a capo di una cordata di imprenditori locali. Inclusi alcuni che gli avevano sempre dato del matto a ogni nuova avventura; e che ora sullo stadio, in un’assemblea dell’Unione industriale, gli hanno detto dal palco: «Guidaci e ti seguiremo». Per l’uomo, da due decenni un outsider, suona come un definitivo riconoscimento da parte dell’arcigno establishment economico-finanziario della sua città. Tra il progetto e lo stadio c’è però di mezzo l’Ivan Ruggeri cui vendette l’Atalanta, e dal quale non la ricomprò nel 2004 perché non si misero d’accordo sul prezzo. Ora Ruggeri è socio di una cordata avversa.

                Se il calcio e l’immobiliare sono l’alfa e l’omega nella vita del Percassi, in mezzo ha inanellato quasi tutte le altre lettere dell’alfabeto. A cominciare dalla "B" di Benetton. Lui racconta che un sabato mattina del ’76 se ne va a spasso a Verona, vede un negozio Benetton pieno di gente, decide di andare a Treviso a trovare Luciano. Sei mesi dopo apre il primo negozio in franchising: seguono altri, a catena: un po’ per Benetton come suo agente nel sud-est degli Stati Uniti, quartier generale a Phoenix, Arizona; un po’ con società proprie, in testa L’Innominato spa, a Mosca nella primavera del ’90 poi in Libia, Messico, Brasile, India. Nel luglio 2006, dopo quasi trent’anni, Percassi e Benetton diventano soci al 50 per cento, presidenza a turno un anno a testa, nella nuova Milano report, gestione e sviluppo dei vari marchi Benetton in 48 negozi del nord Italia.

                Una riorganizzazione societaria era d’obbligo, tali e tante erano negli anni le attività confluite in L’Innominato, Smalg spa e Percassi corporate dell’onnivoro imprenditore. Enormi o di nicchia, per lui pari sono, i punti vendita. Dunque via al raddoppio del suo Franciacorta Outlet nel bresciano (da 75 a 160), del Valdichiana Village, il suo outlet toscano (da 60 a 130), del suo investimento a lato di Orio al Serio (altri 500 mila metri quadri inclusi parcheggio e dogana). Ma anche nella sua Bergamo ha fatto raccolta di negozi, aprendo e comprando e rivendendo, come si fa con le figurine dei calciatori: possiede quasi per metà la centralissima via XX Settembre e nel Natale di tre anni fa, quando il Comune tardava, di tasca propria la costellò di luminarie. Investe in calzature per bambini, la Sultanino, e in negozi di sport, la Goggi, poi rivenduti. Apre una catena di punti vendita Swatch e, a Milano, il Ferrari store. Fa un sacco di soldi con il 20 per cento in DMail, vendite su Internet. Non passa per un beone della tavola e ingurgita litri di tè verde, ma s’è comprato la Taverna Valtellinese a Bergamo bassa: almeno sa quel che mangia, quando esce dalla elegante palazzina dei suoi uffici.

                Onnivoro, sì, ma non un maniaco collezionista, Percassi. Spesso vende e incassa liquidità da investire altrove. La proprietà di Oriocenter l’ha ceduta tre anni fa a un fondo tedesco di Commerzbank, salvo mantenere per sé la gestione e concedersi in questi mesi il lusso di riempirlo di 4.100 opere del gruppo Cracking art, nell’ordine 300 coccodrilli 5 metri per 2, 1.500 gabbiani, 1.100 delfini, 300 orsi, altrettanti montoni e quattro cani: andranno all’asta, a beneficio di una ong legata a Ezio Greggio che opera in America latina. La chiami duttilità, vantando il suo gruppo come «tout court una fabbrica di idee», o la si bolli come spietato opportunismo, il trasversalissimo Percassi la sua fortuna l’ha fatta andando d’accordo con tutti: destra e sinistra, il diavolo e l’acquasanta, Benetton e il suo concorrente spagnolo Amancio Ortega. Dell’ombroso galiziano di La Coruña padrone del gruppo Inditex, uno che non ha mai fatto una conferenza stampa e di cui esistono sì e no quattro foto, Percassi ha lanciato in Italia 120 megastore del marchio Zara e di altri collegati. E pazienza che a fine 2006 Ortega decida di liquidarlo: lui gli vende il suo 20 per cento della società in cambio di business su marchi da lanciare. Per fare affari con tutti non è opportuno schierarsi troppo: dopo un pour parler alla nascita di "Libero" di Vittorio Feltri, non ne fece nulla. Per inanellare la "e" di editoria gli basta una piccola quota in Sesaab, editrice dell’"Eco di Bergamo", in mano alla diocesi.

                Dove abbia ora la testa il Percassi è presto detto: nell’acqua. Cioè nel marchio San Pellegrino, rimasto alla Nestlé che lo diffonde nel mondo. Lui gioca, come al solito, di rimessa e al rialzo. Di San Pellegrino s’è comprato tutto il resto: mezzo paese, il casinò semidiroccato, le terme liberty pallido ricordo di ciò che erano. Ci investe 100 milioni di euro, più 33 della Regione Lombardia. Un rilancio qualsiasi non è da lui: l’albergo in costruzione sarà a 7 stelle. E che gli arabi di Dubai schiattino d’invidia.