“Antitrust” «Più concorrenza e l´economia riparte»

22/01/2007
    lunedì 22 gennaio 2007

    Pagina 9 – Economia

    "Più concorrenza e l´economia riparte"

      L´Antitrust: riforme, ecco dove sono scesi i prezzi e aumentati i salari le liberalizzazioni

        "Risultati positivi per i cittadini
        laddove sono minori le resistenze
        al cambiamento E i risultati
        valgono anche per altri settori"

        Studio dell´Authority sulla
        applicazione da parte delle Regioni
        della legge del 1998 che rimuoveva
        i vincoli al commercio

        Gli uomini di Catricalà lamentano
        tuttavia che a livello locale
        "prevalgono le forze che si
        oppongono all´introduzione di
        una maggiore apertura al mercato"

        Altra nota negativa: nell´immediato
        liberalizzare porta alla perdita di
        posti di lavoro, compensata però
        da una successiva espansione
        dovuta ai maggiori investimenti

          Marco Patucchi

            ROMA – Centododici pagine per dimostrare scientificamente che le liberalizzazioni frenano la corsa dei prezzi, innescano la modernizzazione delle aziende, favoriscono l´emersione del lavoro nero, migliorano le buste paga dei dipendenti. Ma anche per confermare quanto siano forti in Italia le resistenze al cambiamento in difesa di uno status quo che penalizza soprattutto il cittadino-consumatore. L´Antitrust dà l´ennesima spinta alla navigazione controvento delle liberalizzazioni italiane, calando sul tavolo dell´infuocato confronto politico di questi giorni un documento che si aggiunge alle recenti istruttorie su banche e farmacie e alle segnalazioni su polizze e benzinai.

            Stavolta nel mirino dell´Authority ci sono le resistenze delle Regioni all´applicazione delle norme che aprono alla concorrenza la distribuzione commerciale (negozi e supermarket) e, come si legge nella ricerca, gli esiti dell´analisi «possono essere estesi, mutatis mutandis, a diversi altri settori sempre con il medesimo obiettivo di fondo».

            Il Garante punta il dito sugli effetti della liberalizzazione varata nel ‘98 dal precedente governo di centrosinistra, ma è evidente che i risultati del documento si riflettono alla perfezione anche sul contesto attuale, sei mesi dopo l´approvazione del decreto Bersani che, oltre a mettere mano a farmacie, taxi e professioni, ha fatto scattare una ulteriore deregulation nel commercio. Ricavandone, però, per ammissione dello stesso ministro Bersani (padre, peraltro, anche della precedente riforma), una timida risposta bipartisan dalle amministrazioni locali, chiamate ad applicare nel concreto la nuova liberalizzazione a partire dal primo gennaio scorso.

            Nel ‘98 la riforma chiedeva alle Regioni di rimuovere le restrizioni ai permessi per aprire negozi e supermarket, di liberalizzare l´orario di apertura degli esercizi e di togliere molti vincoli alle vendite promozionali; l´ultima legge Bersani ha completato l´opera cancellando tutte le limitazioni sui requisiti professionali per svolgere l´attività commerciale, sulle distanze obbligatorie tra i vari negozi, sull´assortimento dei prodotti in vendita e, ancora, sulle vendite promozionali. Obiettivo di fondo: più concorrenza per tutelare il cittadino-consumatore e rilanciare l´economia.

            Ebbene, l´Antitrust ha certificato, numeri alla mano, che questi risultati si possono davvero raggiungere, ma solo dove vengono meno le resistenze al cambiamento. Lo ha fatto classificando in tre fasce le Regioni sulla base del grado di recepimento della liberalizzazione del ‘98: il «Gruppo A» dove il livello di concorrenzialità è più alto (Emilia Romagna, Piemonte, Marche, Campania, Molise, Valle d´Aosta, Lombardia); il «Gruppo B» con un livello di concorrenzialità medio (Calabria, Abruzzo, Basilicata, Veneto, Toscana); il «Gruppo C» con livello di concorrenzialità basso (Umbria, Lazio, Puglia, Sicilia, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Trentino Alto Adige).

            «Alle poche Regioni che hanno tentato di liberalizzare ed aprire alla concorrenza – spiega l´Antitrust – si sono contrapposte le molte altre Regioni che hanno invece indotto ulteriori vincoli. La situazione, in generale, non appare soddisfacente e le forze che si oppongono all´introduzione di una maggiore concorrenza sembrano prevalere: in prospettiva, poi, lo scenario sembra destinato persino a peggiorare, almeno stando alle leggi regionali più recenti o attualmente in fase di discussione». Colpa anche di alcune «falle» della legge Bersani del ‘98 – aggiunge l´Antitrust – mentre «non possono che essere apprezzate le disposizioni introdotte nel decreto del 2006».

            Nelle regioni più liberiste «si è innescato un processo di ristrutturazione volto alla ricerca di economie di scala, che ha portato alla selezione dei punti vendita più efficienti, ad un loro aumento dimensionale e alla riduzione del personale con il contemporaneo spostamento della domanda di lavoro verso segmenti di occupazione a qualifica più elevata». Dunque, nell´immediato liberalizzare significa anche tagliare posti di lavoro, ma secondo l´Antitrust nella prospettiva di «un´espansione futura attraverso un´intensa attività di investimento». Intanto, comunque, aumentano redditi e retribuzioni unitarie (prima del `98 crescevano del 2,2% annuo in tutti e tre i segmenti dell´analisi Antitrust, dopo il decreto il Gruppo A ha segnato un + 3,5% contro il +2,9% del Gruppo B e il +2,8% del Gruppo C), e si accentuano «emersione e regolarizzazione del lavoro insieme ad un maggiore livello di sindacalizzazione».

            In definitiva – è la tesi dell´Autorità Garante – la competizione tra imprese in mercati aperti e liberalizzati «si traduce in un generale tentativo di conservare e, se possibile, incrementare le rispettive quote di mercato: la variabile principe per verificare l´esercizio della concorrenza tra imprese è l´andamento dei prezzi, cruciale, tra le altre cose, per misurare gli eventuali guadagni di benessere dei consumatori. Ebbene, contesti di inflazione più contenuta caratterizzano proprio le regioni dove più forte è stata la portata delle riforme liberalizzatrici nel settore della distribuzione commerciale». Sono i numeri sull´inflazione a certificarlo: tra il 2001 e il 2005 nelle regioni del Gruppo A il tasso di crescita dei prezzi al consumo è stato del 2,2% contro il 2,3% del Gruppo B e il 2,4% del Gruppo C.

            Tendenza confermata anche da un altro parametro: nelle regioni più liberiste, infatti, la crescita del fatturato delle aziende commerciali è stata, sempre tra il 2001 e il 2005, più contenuta (+0,7% annuo nel Gruppo A contro il +0,4% del Gruppo B e il +1,6% del Gruppo C), «indicatore anche questo di un contenimento dell´inflazione, visto che non si individuano particolari segnali di rallentamento dell´attività di vendita».