“Antitrust” La lobby del pieno costa 84euro a famiglia

24/01/2007
    mercoledì 24 gennaio 2007

    Pagina 3 – Economia

      La lobby del pieno costa 84 euro a famiglia

        Federdistribuzione
        «Regioni e Comuni
        bloccano la vendita
        al supermercato»

        ROMA

        Il costo della mancata liberalizzazione dei carburanti? Alla Federdistribuzione, l’associazione guidata da Paolo Barberini che raggruppa i gruppi della grande distribuzione, hanno fatto due conti e il saldo finale arriva a 2 miliardi di euro all’anno. Ovvero 84 euro per ogni famiglia italiana. Tanto vale lo sconto garantito dagli impianti dei centri commerciali sui prezzi di benzina e gasolio: in media 6 centesimi al litro, che salgono a 10 se si utilizza una carta fedeltà. Ovvero il 5,5% in meno delle tariffe medie dell’ultimo anno che nel 2006 hanno prodotto un fatturato di 35 miliardi. «Una cifra che dal 2000 a oggi vale più o meno una Finanziaria» denuncia la Federdistribuzione. «La legge del ‘98 era molto buona – spiega – ma Comuni e Regioni l’hanno bloccata». Per questo pompe di benzina nei nostri centri commerciali se ne vedono poche: Auchan ne ha 8, Carrefour 15, Conad uno solo. Ventiquattro in tutto su un totale di 22.400, che sommati ai 50-60 gestiti da privati portano il totale a uno 0,5% scarso, 1% in termini di volumi. Mentre in Francia, Paese-modello in questo campo, ben il 29% degli impianti e situato nei centri commerciali e a loro fa capo il 51% di benzina e gasolio erogati.

        «Aprire un impianto non è impossibile – spiega Giovanni Mazza, responsabile carburanti di Auchan – ma è difficilissimo. Per ogni autorizzazione servono tre anni». Federdistribuzione ha fatto una mappa degli ostacoli che Regioni e Comuni frappongono alle nuove aperture. In alcuni casi la rigidità normativa si spinge fino a prevedere il numero chiuso: in Campania c’è per ogni comune, in Veneto è a livello provinciale. Poi c’è la questione dei bacini che «chiude ulteriormente il mercato» e all’interno dei quali, spesso, è necessario acquistare una o più licenze per aprire un nuovo distributore. Come avviene in Lombardia, dove in alcuni casi ne servono due, e in Sicilia. A Messina di licenze occorre comprarne addirittura tre. Sono quasi tutte in mano ai petrolieri e costano cifre pazzesche: da un minimo di 500 mila euro, per gli impianti meno redditizi, sino a un milione di euro e oltre. Il tema delle distanze è però il vero nodo. Tutte le Regioni, chi più e chi meno, hanno emanato regolamenti che stabiliscono distanze minime tra impianti, che variano in base all’ubicazione (dentro o fuori i centri abitati) e che arrivano perfino a dettare regole differenti a seconda che un distributore sia collocato sul lato destro o sinistro di una strada. Si va da un minimo di 2 mila metri (in Liguria) a un massimo di 6 mila (in Lombardia). Infine c’è il problema degli orari. Le fasce di apertura degli impianti sono fissati da regolamenti regionali, e in genere non superano mai le 52 ore settimanali contro le 72-80 ore dei centri commerciali. E questo significa che durante la pausa pranzo, oppure nei festivi, gli impianti sono chiusi (funziona solo il self service, senza personale alle casse) mentre il centro commerciale è aperto, o viceversa. Petrolieri ed esercenti gridano «al lupo» e fanno muro contro la grande distribuzione. Che a sua volta ribatte: «Non è vero che vogliamo uccidere i piccoli distributori – afferma Barberini -. Come è avvenuto in passato nel commercio anche in questo settore ci sarà una specializzazione: i nostri associati punteranno di più sul prezzo, mentre i benzinai tradizionali faranno leva sui servizi a valore aggiunto. Nessuno strappo, se però ognuno difende la sua torre d’avorio non si va da nessuna parte».

        [P.BAR.]