Antitrust, il paladino con le armi spuntate

12/02/2007
    domenica 11 febbraio 2007

    Pagina 9 – Primo Piano

    TEMPI DURI PER I GARANTI

      il caso
      L’autorità che sfilò a Fazio la vigilanza sulle banche

      Antitrust, il paladino
      con le armi spuntate

        Appelli nel vuoto e multe decurtate: alla fine incassato solo il 20% delle sanzioni

          Il presidente «L’importante non è
          far pagare, ma bloccare le situazioni
          che potrebbero turbare il mercato»

          Tar, oblazioni
          e Consiglio di Stato
          tagliano le entrate

          Più poteri contro
          l’inganno in pubblicità
          Ammende decuplicate

          Energia, tv, banche
          Spesso i giudizi sono
          rimasti lettera morta

          La nuova procedura
          per evitare le cause
          e ottenere risultati

            Raphael Zanotti

            Non lo dite ai consumatori, ma le sentenze dell’Antitrust contro banche, compagnie assicurative, aziende telefoniche e poteri forti assortiti, in realtà, graffiano poco. Non lo dite ai consumatori, che hanno eletto il Garante a loro novello Zorro, ma alla fine, quando la buriana mediatica cala, i padroni del vapore se la ridono. Perché tra oblazioni, sentenze del Tar e del consiglio di Stato, quello che devono pagare è davvero irrisorio. Poi tutto ricomincia daccapo. Più che Zorro, una cassandra di Stato. Un organismo costretto a rincorrere un’Italia che a parole sembra sempre più liberista, ma che alla fine si mostra molto restìa a imparare le regole della concorrenza.

            Armi spuntate
            Seguendo tutto il percorso delle sanzioni, da quando vengono emesse a quando vengono pagate, l’impressione è di avere tra le mani uno strumento poco incisivo rispetto ai colossi che si propone di ricondurre entro le regole. Negli ultimi due anni (2005 e 2006), il Garante ha emesso multe per oltre 675 milioni di euro contro chi aveva violato le norme sulla concorrenza. Ma negli stessi anni ha «incassato» (il termine è improprio visto che a incassare, in realtà, è il Tesoro), 154 milioni, ovvero il 22%. Andando indietro e prendendo un lasso di tempo più ampio, le cose non migliorano. Tra il 1999 e il novembre del 2005, l’Autorità ha irrogato sanzioni per 1 miliardo e 220 milioni di euro. Ma 700 milioni si sono persi strada facendo: annullati o decurtati dai giudici amministrativi.

              Una sanzione è per sempre
              La cosa non sembra preoccupare molto l’attuale presidente dell’Antitrust Antonio Catricalà, il cui motto è sempre stato: la sanzione è l’ultima ratio, l’importante è bloccare sul nascere situazioni che potrebbero turbare la concorrenza. È il biasimo pubblico che dovrebbe inibire da eventuali comportamenti recidivi. E però, intanto. La multa record di 700 miliardi di lire irrogata contro un cartello di 38 compagnie assicurative è stata ridotta dal consiglio di Stato, nel 2002, a 90 miliardi. La multa da 147 miliardi di lire inflitta a Tim e Omnitel è stata praticamente dimezzata dai giudici amministrativi. La stangata da 480 miliardi di lire contro un presunto cartello di otto compagnie petrolifere è stata addirittura annullata. Tegole che colpiscono duro, soprattutto quando viene messo in crisi l’intero impianto accusatorio.

                La legge Giulietti
                In questi anni la politica ha cercato di potenziare il garante. La legge Giulietti, entrata in vigore nell’aprile del 2005, consente all’autorità di applicare direttamente multe fino a 50.000 euro. Questo ha dato grande impulso: nel 2005 l’autorità aveva emesso sanzioni per 447.500 euro, nel 2006 sono salite a 5.114.500 euro. Dieci volte di più. Ma l’Antitrust ha ancora molti, troppi vincoli. Può intervenire solo su segnalazione dei cittadini, non di propria iniziativa. Il che limita. Giulietti o non Giulietti.

                  Cassandra
                  L’Antitrust analizza, indaga, verifica molti settori che riguardano, da vicino o da lontano, le tasche degli italiani. Spesso queste indagini si trasformano in suggerimenti che vengono poi portati all’attenzione del Parlamento. Spesso, però, cadono nel vuoto. Per sei volte, dal 1995 a oggi, l’Antitrust è stata sentita dal Parlamento in ordine al mercato energetico, per altre cinque ha espresso dubbi e perlessità sulla situazione del settore radiotelevisivo, per anni ha intrattenuto un fittissimo carteggio con la Banca d’Italia perché tenesse sotto osservazione presunti cartelli tra le banche. E quasi sempre i rilievi sono rimasti pressoché gli stessi. Nel settore energetico qualche passo avanti è stato fatto, anche se a fatica. Ma fa un certo effetto leggere nella relazione del 2001 fatta dall’allora presidente Giuseppe Tesauro che l’Enel «continuerà ancora a lungo ad avere una posizione dominante come produttore e impegnerà circa la metà della capacità di trasporto delle linee di interconnessione con l’estero» o ancora che per il mercato del gas «la sola separazione societaria fra approvvigionamento e trasporto non esclude una posizione dominante di Eni». O ancora, siamo a quella del 19 dicembre del 2002 per il settore radiotv, che il «mercato televisivo nazionale caratterizzato da un elevato grado di concentrazione, nonché dalla presenza di elevate barriere all’entrata, prevalentemente di carattere normativo e istituzionale, tali da ostacolare l’ingresso e impedire la crescita ai potenziali nuovi entranti».

                    Piccoli successi
                    Non sempre gli appelli dell’Antitrust sono caduti nel vuoto. Seppur con la nota e biblica lentezza italica, alla fine del 2005 l’Antitrust ha sfilato alla Banca d’Italia la vigilanza sulla concorrenza tra le banche. Prima, per anni, l’istituto governato all’epoca da Antonio Fazio snobbava le segnalazioni promosse dall’Antitrust. Emblematico dell’atmosfera, il caso del cosiddetto «Gruppo amici della banca», un conclave di tredici banche che si riuniva ogni mese per stabilire prezzi e fissare tariffe. Gli incontri venivano addirittura verbalizzati tanto era scarso il timore di finire sanzionati. Solo dopo molto tempo, le tredici banche sono state multate per 33 miliardi di euro.

                      Nuovi poteri
                      Nelle intenzioni del governo c’è un riordino delle authority, con la soppressione di quelle deboli e il potenziamento di quelle necessarie. L’Antitrust rientra nella seconda categoria. Non si sa ancora in che modo il nuovo disegno di legge affronti la questione dell’incisività delle sanzioni o dei pareri. Certo è che, nel frattempo, l’Antitrust ha fatto da sé e ha studiato una nuova modalità operativa per evitare la tagliola dei ricorsi e dei giudici amministrativi: il market test. Funziona così: l’Antitrust segnala una distorsione nel mercato e invita i soggetti coinvolti a intervenire congelando la propria istruttoria. I soggetti propongono modifiche. Queste vengono rese pubbliche e il mercato, ovvero chi è interessato, ha un certo lasso di tempo per fare delle osservazioni. Se queste non arrivano, le modifiche diventano operative e l’Antitrust archivia la propria indagine. Il sistema è stato di recente adottato nei confronti di Abi e Cogeban per la determinazione delle tariffe interbancarie. Ora bisognerà vedere se il metodo è efficace e produce effetti migliori della strada della sanzione.