Anni 50, il primo strappo è sul salario

29/07/2002

domenica 28 luglio 2002

                      Si aprono gli anni della «rissa», ma con le intese di categoria le fratture vengono superate e cominciano a crescere i rapporti unitari
                      Lo storico Patto di Roma va in frantumi per ragioni squisitamente politiche. La Dc guidata da Taviani reclama la necessità di un 18 aprile tra i lavoratori

Anni 50, il primo strappo è sul salario
Dopo la scissione del 1948, la vertenza sul «conglobamento» porta a un accordo separato
Piero Boni: non esiste un problema di bipolarismo, da che mondo è mondo i sindacati stanno a sinistra
Nessun segretario della Cgil è mai stato attaccato con la cattiveria e la falsità riservate oggi a Cofferati

Bruno Ugolini

ROMA Quella del movimento sindacale italiano è una storia di battaglie e iniziative per conquistare un’irraggiungibile unità sindacale organica ed è anche una storia di discussioni, litigi, veri e propri strappi. Non sono stati davvero pochi i momenti di crisi nei rapporti fra Cgil, Cisl e Uil. Fino ai giorni nostri, con l’accordo separato, inerente il cosiddetto Patto
per l’Italia. Qualcuno legge le ultime vicende come portatrici di un divorzio capace di prolungarsi per molto tempo.
Altri – a cominciare dalle forze dell’Ulivo – si danno da fare, puntando ad una riappacificazione. Una prospettiva agevolata dal fatto che molti, anche tra i firmatari del
Patto, denunciano di aver subito un inganno, su aspetti specifici.
Torniamo alla storia. La prima data, per parlare di strappi, risale all’immediato dopoguerra, al 1948.
Quello però, come spiega Piero Boni, un dirigente sindacale socialista, non è uno strappo, è una scissione. Il giorno fatale è il 14 luglio del 1948, quando Palmiro Togliatti, segretario
del Pci, rimane vittima di un attentato e l’Italia appare quasi in preda ad un’insurrezione.
Quel giorno Piero Boni, per anni segretario confederale della Cgil e poi con Bruno Trentin alla Fiom, è a Napoli. Sta seguendo il congresso degli autoferrotranviari, come componente
dell’ufficio di segreteria della Cgil. E’ un po’ il Capo di Gabinetto del sindacato, per usare un termine ministeriale. «Per poco – racconta -non mi sono preso le fucilate in Piazza Dante». E’ in corso una manifestazione, come in tutta Italia, per protestare contro l’attentato.
Lui si trova affacciato ad una fine stra della sede della Federazione Socialista, proprio sopra la piazza. Le pallottole gli fischiano a pochi centimetri. Fa appena in tempo a ritrarsi.
«Mi è servita l’esperienza partigiana», commenta. Non c’è alcun motivo sindacale, dopo quei giorni drammatici, alla base dell’uscita dall’organizzazione sindacale unitaria di cattolici, socialdemocratici e repubblicani. Sono quelli che più tardi daranno vita a Cisl e Uil.
Il cosiddetto Patto di Roma, stipulato tra forze sindacali diverse, va in pezzi per ragioni squisitamente politiche.
«Eravamo ancora sotto la botta delle elezioni del diciotto aprile, con la sconfitta delle sinistre e c’era chi diceva che c’era bisogno di un diciotto aprile sindacale, come aveva dichiarato
il segretario della Dc Taviani». Già ci sono, prima dell’attentato, avvisaglie della scissione , per via della costituzione di comitati di coordinamento tra democristiani e repubblicani.
Iniziano così, dopo la scissione del 1948, i difficili anni cinquanta, gli anni della rissa indacale. Con una data precisa, il 1954, perché qui c’è il primo accordo separato confederale.
E’ sul cosiddetto «conglobamento», una vertenza che intende razionalizzare la struttura salariale, riordinando le diverse voci. Esistono responsabilità della Cgil in quella tormentata vicenda? Boni non nega in quell’occasione «una posizione massimalista». La discussione è
sulla quantità, non sui diritti. E’ in gioco una posta salariale e la Cgil persegue un livello più alto. Il nostro interlocutore ricorda una famosa battuta di Renato Bitossi, allora segretario confederale, ex operaio della Galileo: «Un ottimo contrattualista e io ho imparato da lui a
fare i contratti». E’ la riunione conclusiva dell’attivo sindacale e l’accordo è già stato firmato da Cisl e Uil.
Il relatore Bitossi usa un italiano un po’ raffazzonato e apre la riunione con queste parole, passate alla storia: «Compagni, siamo al culmine dell’abisso…». Lo strappo del 1954 è rapidamente recuperato. Giuseppe Di Vittorio ci mette una pezza, a settembre.
Non è che si ristabilisca l’unità sindacale. Il fatto è che siccome l’intesa stabilisce che le categorie in sede di rinnovo contrattuale hanno la facoltà di superare fino al 15 per
cento il livello di paga fissato, c’è la possibilità di un recupero, proprio con il rinnovo dei contratti… «Io e Lama dirigevamo i chimici e conquistammo, così, un buon contratto».
I rapporti unitari con Cisl e Uil cominciano a crescere in quegli anni, ma la vera svolta avviene con la rivolta di Pastore, segretario della Cisl, nel 1968, quando è cacciato dall’organizzazione Arrighi, il segretario della Cisl di Torino».
L’accusa è un po’ quella d’intesa col «nemico», la Fiat. Storie del passato che sono però anche la testimonianza che, alla fine, il dialogo tra le tre Confederazioni può riprendere, nonostante le profonde differenze. Sarà possibile anche oggi? La risposta di Piero Boni non è molto improntata all’ottimismo. «Oggi la frattura è più grave, rispetto al 1954 o al 1984, l’anno dello strappo sui punti di scala mobile. Le difficoltà stanno nel fatto che Cisl e Uil temono la superiorità culturale e organizzativa della Cgil.
Hanno dato un avallo ad un certo tipo di politica governativa». Gli chiedo se tutto questo è anche il frutto del bipolarismo politico. Boni non è d’accordo. «Non credo che sia la vera ragione, perché il bipolarismo politico è tra conservatori e sinistra.
I sindacati da che mondo e mondo in Europa, dalla Gran Bretagna alla Germania, stanno a sinistra.
Quelli che in Italia vogliono stare a destra sono strani sindacati. E’ la prima volta che succede. Nel 1948 quelli che poi diedero vita a Cisl e Uil hanno fatto la scissione, ma avevano delle ragioni politiche consistenti e credo che la storia gli abbia dato ragione. Oggi no, perché
non credo che la storia darà ragione a Berlusconi. Bisognerebbe che se ne rendessero conto».
Ricordo a Piero Boni che un acuto giornalista del Manifesto, Valentino Parlato, dopo la firma del Patto per l’Italia da parte di Cisl e Uil, ha richiamato alla memoria il 1948. «Vedi», risponde Boni, «se ripercorro la storia della nostra Repubblica, mi accorgo che non è mai
successo che un segretario generale della Cgil, da Giuseppe Di Vittorio a Luciano Lama, sia stato attaccato con la cattiveria e la falsità con la quale è stato preso di mira Sergio Cofferati. E’ vero che Di Vittorio era dipinto con le tre narici, gli davano del venduto alla Russia. Quando, però, andava in Confindustria, Angelo Costa si alzava per primo, per stringergli la mano. C’era rispetto, gli era riconosciuto un ruolo. Magari quello di tenere a freno i
lavoratori e convincerli a proclamare scioperi solo quando era necessario. Oggi Cofferati è accusato d’essere terrorista o quasi. D’essere massimalista, d’essere conservatore…
Quando Lama visse un’altra frattura, quella dell’accordo separato del 1984, sulla scala mobile, non godette di un simile trattamento. Io dico che allorché in un Paese si arriva a chiedere l’elenco degli iscritti a Magistratura democratica, significa che si è perso il senso del limite. Quando si arriva a promuovere una legge sul conflitto d’interesse, con un capo del governo che vieta l’apparizione di qualcuno alla televisione, vuol dire che l’attacco è generale. Oggi, in realtà, esistono elementi di regime che forse nel 1948 non c’erano.
C’erano, allora, contrapposizioni, ma tra gente che aveva fatto insieme la Resistenza e aveva fatto insieme la Costituzione. Quello di oggi è un attacco subdolo. L’ultimo accordo
sindacale, anticipato dall’uscita del Libro Bianco, ha una sostanza culturale e antisindacale, ma ben portata. Hanno individuato nel sindacato l’ostacolo principale ad una piena berlusconizzazione del Paese».
1.Continua