Andate a buon fine 7 riconversioni su 94 tavoli aperti

31/10/2011

Sette riconversioni in un anno. Questo il bilancio registrato dai tavoli aperti al ministero dello Sviluppo economico per le crisi aziendali. La seconda chance per stabilimenti e lavoratori è, però, un’opportunità difficile da raggiungere. In generale i risultati positivi non mancano. Dei 94 tavoli ancora attivi, per esempio, otto si sono conclusi con la cessione dell’attività a un nuovo imprenditore, altri con l’utilizzo di ammortizzatori sociali, incentivi alla ricollocazione, riorganizzazione aziendale. Certo, una goccia nel mare delle crisi delle imprese italiane che si concludono con la chiusura dell’attività, ma pur sempre un risultato. Nel caso delle riconversioni produttive, però, le molte difficoltà dell’operazione sono state appesantite dalla congiuntura economica sfavorevole. Le best practice, comunque, ci sono state. Il ventaglio di seconde possibilità, infatti, è ampio. Si va da vere e proprie esperienze di riconversione, dove la struttura produttiva mantiene la produzione diversificando il prodotto, e dove si assiste al cambio di controllo dell’impresa (si veda il caso descritto sotto), alla sola riconversione di edifici, dove si verifica il "recupero" di vecchie fabbriche che riprendono vita dal’arrivo di attività diverse. È il caso di ComoNExt, il Parco scientifico tecnologico di Lomazzo (Co), realizzato su iniziativa della Camera di Commercio di Como in un sito di archeologia industriale. «Il parco – spiega il suo presidente, Giorgio Carcano –, nasce sulle "spoglie" di un cotonificio sorto alla fine dell’800 e chiuso negli anni ’70. Si trattava di due grandi fabbriche – edifici storici protetti dalla sovraintendenza – utilizzati fino al 2000 e poi abbandonati. Per evitare il rischio degrado o occupazione l’amministrazione pubblica si è attivata per dare nuova vita al sito e la Camera di Commercio di Como ha acquistato gli edifici per far nascere il parco scientifico tecnologico». Completata la ristrutturazione più di un anno fa, ad oggi una delle due fabbriche ospita 40 aziende e dà lavoro a 260 persone; mentre il secondo edificio potrebbe essere ristrutturato entro il 2014.
Dal 2008 ad oggi sono stati aperti e gestiti presso il Ministero 191 tavoli di crisi. Di questi: 52 sono sostanzialmente risolti, anche se il tavolo resta formalmente aperto per accompagnare la chiusura delle vertenze e le relative procedure; 30 sono in corso di monitoraggio; 12 sono in stand by perché le vertenze, per motivi diversi – per esempio la soluzione autonoma della crisi – non hanno più richiesto l’azione del Ministero.
A rendere più complesse le riconversioni produttive, fanno sapere da via Molise – intervengono le difficoltà nel trovare investitori onesti, seri e credibili. Troppo spesso – raccontano – si assiste alla "comparsa" di imprenditori con progetti poco credibili, che si dichiarano disposti a riassumere tutti i dipendenti pur di accedere gratuitamente – o con prezzi non di mercato – ai siti produttivi e gli incentivi lasciati dalle imprese che chiudono. L’altra grande resistenza – aggiungono – deriva dalla difficoltà di portare al tavolo di crisi gli istituti di credito – che invece in Francia sono tenuti a partecipare – per mancanza di una normativa specifica.
I numeri forniti dallo Sviluppo economico, però, interessano solo i casi numericamente importanti.
Le storie di piccole imprese con pochi dipendenti non arrivano a Roma e si evolvono all’insaputa delle istituzioni. Tra queste non mancano esperienze di riconversione. Si tratta di operazioni diverse, "fai-da-te", che però rappresentano esempi emblematici di come sia possibile ricominciare. Muovendosi tra le Pmi si scoprono così hotel che, ormai sul punto di chiudere, hanno trovato una seconda "giovinezza" trasformandosi in strutture assistite per anziani (si veda la storia in basso), o di imprese di tessuti specializzate sull’abbigliamento che hanno spostato il proprio business sui materiali tecnici, puntando sulla ricerca.