Ancona. «Tangente per l’assunzione, ecco le prove»

17/01/2003


Giovedì 16 Gennaio 2003

LAVORO & MAZZETTE

«Tangente per l’assunzione, ecco le prove»

di GIAMPAOLO MILZI

Una “oliatura" in contanti per un posto di lavoro al nord come metronotte: precisamente 7.200.000 di vecchie lire suddivisi in 57 banconote da 100.000 e in 30 da 50.000. Numeri che "scottano" e che sono il succo degli accertamenti finanziari e patrimoniali svolti dal maresciallo delle fiamme gialle di Ancona Lombardi a carico dell’ex vicequestore Leonardo Tancredi.
Sarebbe lui, secondo l’accusa, il regista occulto del “pizzo" imposto a due aspiranti vigilantes. E ieri è tornato sul banco degli imputati assieme a Paolo D’Ascanio, ex amministratore delegato dell’Istituto di vigilanza “Sicurezza marchigiana", fusosi anni dopo con “La Fedelissima", dove l’11 settembre ’90 prese effettivamente servizio Michele Balzamo.
All’epoca 30enne e disperatamente in cerca di occupazione (visto che aveva un figlioletto a carico ed era in procinto di sposarsi), fino a due mesi fa consigliere nazionale del sindacato Ugl, Balzamo è ora parte civile assieme al collega sindacalista Armando Farroni. E chiede i danni in questo processo per concorso in concussione. I 7.200.000 lire? Secondo la testimonianza resa dal finanziere consulente del pm Gubinelli, il 3 settembre di dieci anni fa proprio quella cifra finì in contanti sul conto corrente che Tancredi aveva a suo nome presso la Cassa di Risparmio di Verona. E, guarda caso, il pm si è visto confermare in aula la coincidenza portante dell’impianto accusatorio da Domenico Balzamo, padre del presunto “spremuto": «Mia moglie mi disse telefonicamente di aver dato 7 milioni a mio figlio nei primi del settembre ’90 – ha detto il teste, allora marittimo sulle petroliere – E che il 28 agosto precedente gliene aveva dati altri 8. Mi aveva già detto che servivano per far lavorare Michele, era lei che amministrava i risparmi che tenevamo in casa, e io detti il consenso. Del resto erano soldi che avevamo messo da parte per sistemare i figli. In seguito seppi anche che mio figlio doveva dare quei quattrini a un compaesano di Manfredonia che gestiva un istituto di vigilanza ad Ancona». Una tangente di 15 milioni in tutto, dunque, che Michele Balzamo, in una precedente udienza, ha detto di aver pagato dieci anni fa a D’Ascanio in due quote: «La prima di 8 milioni un venerdì pomeriggio di fine agosto in una busta davanti alla chiesa Stella Maris di Manfredonia; la seconda di 7 (quella finita poi nei conti di Tancredi?, ndr.) i primi di settembre ad Ancona, presso la sede dell’istituto di vigilanza, quando mi fu consegnata la divisa». Tancredi, che come D’Ascanio si dichiara innocente, presenterà i suoi di conti, limpidi e assolutori, il 19 febbraio, data di prosecuzione del processo, quando verrà interrogato.
Ieri hanno parlato i suoi difensori, gli avvocati Federico Valori e Vando Scheggia. I quali sembra abbiano cominciato a scoprire le loro carte nelle tante domande e contestazioni formulate ai genitori di Michele Balzamo (ieri ha testimoniato anche la madre Rosetta), tutte volte a mettere in dubbio l’effettiva disponibilità del “famigerato" risparmio di 15 milioni da parte di quella famiglia di modeste condizioni economiche (tre figli, una casalinga e l’unico stipendio del marito imbarcato). Gradita alla difesa anche la testimonianza di don Nicola Ferrara, il parroco della “Stella Maris" di Manfredonia che promosse e “benedì" i contatti fra il titolare della “Sicurezza" D’Ascanio (suo ex chierichetto) e il giovane compaesano Balzamo che gli aveva chiesto di aiutarlo a trovare un posto di lavoro «Fui io che li feci incontrare in sacrestia – ha confermato – Ma vi dico, con la mano sul Vangelo, che mai Balzamo mi disse che per quell’assunzione dovette pagare D’Ascanio».