Anche la Cgil al negoziato. Dalla strada

14/06/2002


14 giugno 2002



Anche la Cgil al negoziato. Dalla strada

ARTICOLO 18 Delegazioni della Cgil contestano davanti al ministero e a palazzo Chigi la ripresa della trattativa sulla delega «clonata». Indignati i commenti di Cisl e Uil, pronte all’accordo: «contestazione pericolosa». Sacconi chiede un mandato per il governo


PAOLO ANDRUCCIOLI


ROMA. Al grido di «buffoni, buffoni», con fischi, urla e slogan. Così ieri molti sindacalisti e perfino un viceministro dell’economia, Mario Baldassarri, sono stati accolti al loro arrivo in via Fornovo, sede del ministero del welfare dove è ripartita la trattativa sulla delega bis. Ad aspettare i protagonisti del nuovo negoziato sull’articolo 18 e dintorni c’era in strada una piccola, ma combattiva delegazione della Cgil, l’unico sindacato che si è rifiutato di continuare a trattare sulle proposte di modifica dello Statuto dei lavoratori: operai e delegati provenienti soprattutto dalla Toscana, dalle fila della Cgil regionale e della Fiom in particolare. Pesanti le battute, ma anche allegro il clima tenuto su continuamente da un delegato toscano, che si è riciclato nella parte dell’intrattenitore e che è passato dagli slogan, all’intonazione di qualche canzone. Continui i riferimenti a Sergio Cofferati: «Senza Cofferati, sarete tutti licenziati». I sindacalisti cislini, della Uil, gli autonomi e insomma tutti i rappresentanti della trentina di organizzazioni che compongono il nuovo tavolo con il governo (ieri il grande assente è stato il ministro Maroni), non hanno gradito gli appellativi che sono stati rivolti loro e in serata è sceso in campo anche il segretario generale della Cisl, Savino Pezzotta, che ha definito «grave e forse pericolosa» la contestazione messa in atto dalla Cgil. A Roma, ieri, i presidi della Cgil sono stati tre: oltre a quello di via Fornovo, un altro appuntamento era stato dato davanti a palazzo Chigi e un terzo all’Eur, davanti alla sede della Confindustria. Fuori la contestazione – definita da Pezzotta un ritorno al passato («c’è chi guarda solo indietro») – dentro il negoziato, ridotto però d’importanza. Non si è capito bene il motivo. Che le motivazioni siano state tecniche o sceniche (la paura di essere contestati di fronte a tutti), è certo che il tavolo di ieri è apparso come di serie inferiore rispetto allo standard. Non c’era il ministro Maroni, non c’erano altri ministri, ma solo il viceministro Baldassarri, che è stato appunto ampiamente contestato al suo arrivo. E non c’era neppure il segretario della Cisl Pezzotta, sostituito da Raffaele Bonanni. Nella parte del padrone di casa, ancora una volta, il sottosegretario al lavoro Maurizio Sacconi, che nell’ultimo periodo appare sempre di più come un protagonista a cui capita spesso di sostituire i numeri uno. Ieri, in apertura della riunione, Sacconi si è perfino sbilanciato in qualche promessa, tra cui un possibile aumento (sempre che le finanze lo permettano) dell’indennità di disoccupazione e magari con relativo aumento del periodo. Sacconi ha parlato di una «riforma degli ammortizzatori sociali graduale, compatibilmente con le risorse finanziarie che si renderanno disponibili». Un discorso centrale per Cisl e Uil che possono appellarsi solo alla scoperta di qualche risorsa da destinare agli ammortizzatori sociali per giustificare la loro disponibilità a trattare sulle limitazioni dello Statuto dei lavoratori . Per ora però siamo ancora a zero euro e un possibile scambio tra articolo 18 e ammortizzatori sembra costruito sulla sabbia, nonostante le dichiarazioni impegnative di Sacconi che parla di «welfare to work», lo stato sociale per il lavoro. In ogni caso si capirà qualcosa di più preciso solo martedì prossimo, quando il governo dovrà cominciare a scoprire le prime carte del Dpef, il documento di programmazione economica e finanziaria.

A proposito di welfare e di polemiche sulle pensioni, ieri Sergio Cofferati ha voluto rispondere al ministro Maroni che aveva smentito qualsiasi intenzione del governo di intervenire di nuovo sulle pensioni. Il ministro Maroni aveva voluto liquidare con una battuta gli inviti del Fondo monetario internazionale, ma Cofferati ha spiegato che basta la delega previdenziale presentatata proprio da Maroni a smontare progressivamente il sistema previdenziale pubblico in Italia. Per Cofferati, infatti, da una parte la decontribuzione porterà a una crisi di cassa degli enti previdenziali, ma dall’altra la manovra del governo porterà vantaggi solo alle imprese e «danni ai giovani». Rispondendo anche alle critiche che gli sono state rivolte dalla Cisl e dalla Uil, il segretario generale della Cgil è tornato a spiegare ieri che non esiste un vero e proprio dialogo con questo governo: «il dialogo sociale consiste solo nella informazione delle intenzioni dell’esecutivo: che queste possano portare a delle trattative, non mi sentirei di dirlo».

Per i rappresentanti del governo Berlusconi si tratta invece di vero e proprio dialogo. Almeno questo è ciò che si sostiene a parole. L’introduzione del sottosegretario alla riunione di ieri parla per esempio anche della possibilità di riaprire il dialogo tra governo e parti sociali una volta ottenute dal parlamento le deleghe. Come a dire: lasciateci lavorare, fateci scrivere queste riforme (tra cui la decontribuzione, la modifica dell’articolo 18, l’arbitrato, ecc.). Poi potremmo riparlare quando i testi degli accordi dovranno essere tradotti in articolati di legge. Tradotto: il governo chiede il via libera, la luce verde. Cisl e Uil sembrano ormai pronte, ma aspettano in cambio qualcosa. Lo capiremo nelle prossime ore.