Anche i riformisti non sono tutti uguali

16/12/2003


  economia e lavoro


16.12.2003
Cgil e dintorni
Anche i riformisti non sono tutti uguali

Bruno Ugolini
ROMA È un confronto tra anime diverse del riformismo italiano, sindacale e politico. Il promotore è Andrea Margheri, direttore de la rivista “Gli argomenti umani”. Qualcuno, guardando soprattutto alla Cgil, potrebbe anche definirle prove tecniche per una nuova Cgil, o, meglio, per una diversa articolazione delle posizioni interne al maggior sindacato italiano. Per un matrimonio anche tra diversi, nell’era del
dopo Cofferati, partendo dalla definizione di una strategia, all’altezza delle trasformazioni politiche e sociali. Perché, in verità, come spiega uno dei relatori Michele Magno (l’altro è Agostino Megale), il riformismo rischia di rimanere “un cognome”, visto che diventa un cavallo di battaglia anche del centrodestra. E le liti a sinistra, tra presunti massimalisti e presunti riformisti, aggiunge, possono essere contenute, a volte, nell’ironica definizione di un vecchio partigiano: «Tutto mai e niente subito».
Siamo in un salone del residence Ripetta dove si incontrano studiosi,
politici (soprattutto Ds), dirigenti sindacali della Cgil, ma anche della Cisl e della Uil, antichi appartenenti alla vecchia casa riformista, già un tempo collocata nel Pci, ma anche dirigenti per tanto tempo vicini a Sergio Cofferati. Ecco perché molti parlano di «carte sparigliate» all’interno del maggior sindacato italiano, riferendosi, per alcuni, ad una specie di ritorno alle origini severamente pragmatiste dell’ex leader della Cgil. Le cose, a dire il vero, sono più complesse, con un intreccio di idee diverse, una specie di ricerca assillante per quella che appare un po’come una nuova fase, contrassegnata anche dal venir meno, da parte di chi ci aveva creduto, di una possibile scommessa positiva con il governo di centrodestra. Sono sentieri complicati per usare la definizione di Giuseppe Casadio, segretario Cgil. Traversie che hanno portato, aggiunge, Cisl, Uil e Confindustria, a rinunciare, a suo tempo, alla loro autonomia, firmando il famoso patto per l’Italia.
Sono reminiscenze e difficoltà che non disarmano Agostino Megale (direttore Ires Cgil) che nella sua relazione introduttiva insiste molto sul tasto dell’unità e suggerisce alla Cgil di farsi portatrice, in prima persona, di un processo costituente. Un’indicazione che non troverà poi un eco convinta nelle parole del segretario Cisl Giorgio Santini, più propenso a indicare gli “spazi enormi” di possibili fatti unitari.
Mentre Giuseppe Casadio (ma anche Achille Passoni) osserva che una prospettiva unitaria non può essere affidata al “bon ton” di Epifani, bensì, appunto, ad un confronto più serrato. Agostino Megale, ad ogni modo, è alla sua Confederazione che si rivolge, indicando la strada di una «sfida alta e non retorica», di un sindacalismo non accomodante, ma capace di obiettivi giusti e raggiungibili, scartando il pan-sindacalismo e anche l’inseguimento
dei no global.
Da dove cominciare per radicare una strategia unitaria davvero riformista? Michele Magno propone di prendere sul serio proprio Guglielmo Epifani e la sua volontà di dar vita ad un progetto sull’intero welfare. Specificando, però, aggiunge, tutte le misure
necessarie, ad esempio sui giovani atipici senza diritti e senza pensioni future. Il segretario della Uil, Mario Pirani, più scettico sulla possibilità di progetti complessivi, nega possibili contrapposizioni
tra radicalismo a riformismo e dichiara, comunque, tutto il suo pessimismo sulla possibilità di fare con questo governo un accordo sul le pensioni.
Un incontro ricco di spunti interessanti, insomma, sia per la parte politica che per quella sindacale. C’è bisogno di scambi di idee, senza assegnare a ciascun pezzo di società mestieri contrapposti e incomunicabili. Perché, come sottolinea Alfredo Reichlin, la sinistra
non può delegare ai sindacati la questione sociale dicendo «voi fate il
vostro mestiere e io il mio che è quello di dare alle rivendicazioni sociali uno sbocco politico». Il problema non è annacquare un vecchio vino, bensì produrre un vino nuovo…
Un’impresa non dappoco come dimostrano le stesse discussioni di
questi giorni nel centrosinistra. Molti tra i presenti sono rimasti, a questo proposito, irritati da recenti dichiarazioni di Guglielmo Epifani che aveva chiesto all’Ulivo di lasciar perdere sia il “triciclo” tra Ds, Sdi e Margherita, sia la lista Occhetto-Di Pietro. Noi, sostiene Antonio Panzeri (Cgil Europa) nelle conclusioni al convegno, riconfermando l’impegno ad un rinnovamento strategico, attraverso dialoghi proficui, «dobbiamo chiedere alla politica di occuparsi di lavoro e di società, non di come realizzare le liste elettorali».