“Analisi” Vicenda Telecom e politica industriale (L.Gallino)

26/09/2006

    marted� 26 settembre 2006

    Pagina 20 – Commenti

      La vicenda Telecom e la politica industriale

        Luciano Gallino

          La sola idea che il governo possa intervenire in qualche modo nella vicenda Telecom ha fatto bruscamente riemergere memorie sensibili. In molti si sono spesi, anche nel centrosinistra, per denunciare il rischio di irizzazioni e dirigismo, di ri-nazionalizzazioni e neo-statalismo. In parte tanto sommovimento si giustifica perch� nel piano inviato da Rovati a Tronchetti Provera si indica effettivamente un pezzo di stato, la Cassa Depositi e Prestiti, come possibile azionista della rete Telecom, qualora questa fosse scorporata. Tuttavia la veemenza e il tipo delle reazioni contro possibili interventi del governo sembrano indicare che secondo la folla dei denuncianti esistono soltanto due vie per organizzare l�economia: o il tutto stato oppure il tutto mercato. L�economia pianificata contro il laissez faire. O lo stato che compra e fonda aziende, limita la libert� d�impresa, comanda e controlla, finendo per soffocare l�economia, oppure il mercato che quando sia liberato dai famosi lacci e lacciuoli fa salire il Pil di 5 punti l�anno, aumenta il reddito di ciascuno e di tutti, e straccia la concorrenza (una volta si traduceva cos� competition) sui mercati internazionali.

          Ai nostri giorni una simile visione dicotomica delle vie che si possono seguire per regolare l�economia non ha alcun posto nell�azione dei governi di nessun altro paese avanzato. Tutti seguono, in diversi modi, una terza via, che si chiama politica industriale. Una chiara definizione di essa figura in un documento del Congresso degli Stati Uniti di oltre vent�anni fa: "Una politica industriale implica la formulazione di scopi per specifici settori o industrie e sforzi coordinati per raggiungerli". E� lo stato che, non da solo bens� dialogando con le imprese, sceglie le industrie da sviluppare, e provvede al coordinamento tra pubblico e privato. In tale quadro la politica industriale Usa impiega da sempre due principali strumenti: larghi finanziamenti pubblici a centri di ricerca, universitari e aziendali, e massicce commesse del Department of Defense (DoD) che seleziona i settori e le imprese cui affidare nuovi progetti o la fornitura di materiali. Per i maggiori gruppi industriali Usa le commesse DoD rappresentano una grossa quota del fatturato: anche sopra il 50%, ad esempio, nel caso della Boeing. I risultati della politica industriale americana si vedono. Migliaia di imprese private oggi prosperano sui mercati, grazie a Internet e ai laser per le registrazioni o per uso medico, alla telefonia mobile e ai nuovi materiali, tutti prodotti sviluppati inizialmente grazie a commesse pubbliche.

          Da parte loro i governi di Francia, Germania, Regno Unito non dispongono di centinaia di miliardi da distribuire all�industria tramite commesse pubbliche. Per� hanno elaborato politiche industriali orientate alla ricerca d�una intelligente posizione intermedia tra stato e mercato. A tale riguardo il programma di lavoro del britannico e ultraliberale Department of Trade and Industry (Dti) � esplicito: oggi l�economia richiede una nuova politica industriale, in cui il ruolo del governo dev�essere diverso dal passato: n� comando – e – controllo, ma nemmeno laissez faire. Il governo deve creare e sostenere mercati competitivi, ma deve anche sapere quando regolarli, e quando invece lasciare condurre la corsa alle imprese. Grazie alla sua politica industriale, il Regno Unito ha creato negli ultimi anni pi� di un milione di posti di lavoro nel settore dei servizi finanziari, ma ha anche saputo ammodernare e rilanciare una base industriale di prim�ordine, nei campi della chimica, dell�aerospaziale, dell�auto. Per dire, il Regno Unito produce in casa un milione e mezzo di auto l�anno, oltre mezzo milione pi� dell�Italia.

          La Francia, si sa, fino a pochi anni addietro ha fatto politica industriale prevalentemente per mezzo del suo vasto apparato di partecipazioni statali. Ma ha anche utilizzato sin dagli anni �60 una potente agenzia governativa per la gestione del territorio, la Datar. Essa ha contribuito allo sviluppo di centinaia di "poli di competitivit�", ivi compreso il polo aerospaziale di Tolosa, secondo nel mondo, dove si assemblano gli Airbus ma operano pure altre centinaia di imprese del settore. Verso il 1983 anche in Francia, "con l�affermazione del dogma del primato della gestione del bilancio a scapito della gestione politica, e nel timore di sanzioni europee, il settore industriale � stato abbandonato alla ‘mano invisibile� di Adam Smith" e le crisi industriali non sono mancate. Di qui l�urgenza di tornare a una politica industriale in cui si combinino l�azione diretta di organismi controllati dallo stato; interventi finanziari; l�azione legislativa; la cooperazione assidua tra industriali e poteri pubblici. Queste considerazioni non si leggono in una rivista di sinistra. Stanno in un corposo rapporto sugli strumenti della politica industriale redatto da una commissione governativa e presentato all�Assemblea nazionale il 10 maggio 2005. Peraltro i governi francesi non si limitano a commissionare rapporti. Nel volgere del solo anno 2004 hanno lanciato una gara per la costituzione di nuovi poli di competitivit� high tech, e ne hanno selezionato 55, assicurando loro un cofinanziamento pubblico di un miliardo e mezzo di euro su un triennio. Molti poli son diventati operativi in pochi mesi. Mentre del gennaio 2005 � la costituzione di un�Agenzia per l�Innovazione industriale dotata di 2 miliardi di fondi per i primi due anni.

          In Germania il governo ha assegnato alla politica industriale il compito primario di assicurare le condizioni quadro per promuovere la crescita, l�occupazione e il potenziale innovativo dell�industria. Per� non si limita a questo. In settori industriali strategici come l�aerospaziale e le telecomunicazioni, o in regioni meno sviluppate come quelle dell�Est – il loro Mezzogiorno – gli imprenditori sono chiamati a collaborare con il potente ministero federale dell�Economia per esplorare insieme le soluzioni migliori per una ristrutturazione organizzativa delle imprese e per decidere nuovi investimenti. Un�iniziativa pubblica di provata efficacia � la promozione di "reti di competenza" regionali e sub-regionali, ad altissimo contenuto tecnologico, che hanno oggi superato il centinaio. Un obbiettivo essenziale della politica industriale tedesca � l�inserimento delle tecnologie pi� avanzate in prodotti tradizionali che hanno tuttora grandi mercati, come l�auto o le macchine utensili. Ci sono riusciti, visto che l�autoindustria tedesca produce annualmente oltre 5 milioni di auto, mentre nel settore delle macchine utensili, che sono diventate veri concentrati di tecnologie elettroniche e laser, i tedeschi sono leader mondiali.

            Riassumendo. Quale che sia l�indicatore scelto – Pil pro capite, salari medi e loro crescita, brevetti tecnologici per milione di abitante, produttivit� del lavoro, esportazioni ad alto valore aggiunto ecc. – Francia, Germania e Regno Unito ci sopravanzano di molto. Tutte praticano da decenni un�articolata politica industriale, fondata su una intelligente posizione intermedia tra fondamentalismo dirigista e fondamentalismo di mercato. Noi arranchiamo dietro, e da decenni non abbiamo nulla che assomigli ad una politica industriale. Imprenditori e politici italiani dovranno pur riflettere, prima o poi, sul fatto che forse non si tratta di una semplice coincidenza. Magari prendendo lo spunto dal caso Telecom.