“Analisi” Tasse: il circolo vizioso (M.Ainis)

02/07/2007
    lunedì 2 luglio 2007

    Pagina 10 – Politica

    Analisi

      Tasse, il circolo vizioso
      che non si spezza mai

        Per i contribuenti onesti la metà del reddito va allo Stato
        a causa dell’evasione fiscale, mentre aumenta la spesa pubblica

          Michele Ainis

            A questo mondo non c’è nulla di sicuro, tranne la morte e le tasse», diceva Benjamin Franklin. In Italia però le due certezze rischiano di fondersi in una sola, dato che il Paese è sul punto di morire per troppa tassazione. Quest’anno la pressione fiscale «ufficiale» ha toccato il 42,8% (oltre 2 punti in più rispetto alla media europea); ma in realtà per i contribuenti onesti il peso effettivo del prelievo raggiunge il 50,74% del loro reddito, secondo i calcoli dell’Agenzia delle entrate. Colpa degli evasori, che scaricano le proprie malefatte sulle spalle di chi rispetta l’obbligo fiscale (magari soltanto perché è un lavoratore subordinato, e non può fare altrimenti); sta di fatto che l’evasione è diventata un fenomeno di massa. Sono 43 i miliardi di Iva non pagata nel 2004, mentre il «sommerso» vale un quarto della ricchezza nazionale. Un italiano su quattro dichiara 500 euro al mese, i gioiellieri ostentano un imponibile annuo di 16.664 euro, i ristoratori si fermano a quota 13.446, e più in generale solo lo 0,8% delle denunce dei redditi supera i 100 mila euro.

            Il patto tradito
            L’evasione fiscale è un tradimento del patto civico sul quale si regge ogni nazione, ma la rapina fiscale offre agli evasori un alibi perfetto. Due italiani su 3, in base a un sondaggio della Confcommercio, ritengono il fisco troppo esoso; e naturalmente la tassa più odiata è l’Ici (11 miliardi di gettito). Sicché si moltiplicano gli appelli alla disobbedienza fiscale (per esempio quello avanzato il 15 giugno dal Consiglio nazionale dei dottori commercialisti, per protestare contro gli studi di settore); prima o poi alle parole seguiranno i fatti, e lo Stato italiano sarà costretto a dichiarare bancarotta.

            Ma è un circolo vizioso: in primo luogo perché una pressione fiscale esorbitante incoraggia l’evasione, e a sua volta l’evasione offre argomenti per elevare la pressione fiscale; in secondo luogo perché le troppe tasse gonfiano la spesa pubblica, che così si autoalimenta, e alimenta la stessa tassazione. Difatti la prima è cresciuta del 7,9% nel 2006, mentre il costo delle amministrazioni statali e locali sale del 2% l’anno in termini reali da un decennio. Di pari passo lievita il debito pubblico (1.575.346 milioni di euro nel 2006) insieme all’esercito dei pubblici impiegati: erano 3.376.736 nel 1999, sono diventati 3.540.496 nel 2003.

              Il servizi non funzionano
              Piangeremmo con un occhio solo, se almeno lo Stato ci restituisse in cambio servizi che funzionano; ma l’amministrazione pubblica è tutt’altro che efficiente, e dunque non può esserlo neppure l’amministrazione finanziaria. Nella primavera del 2003 milioni di cartelle pazze hanno inondato gli italiani: tasse di trenta o quarant’anni prima, oppure riferite a redditi inesistenti, appartamenti mai posseduti, pendenze fiscali ignote al destinatario. Un incubo, tanto che il ministro dell’epoca (Giulio Tremonti) si sentì in dovere di chiedere scusa in tv davanti agli italiani, promettendo che l’incidente non si sarebbe mai più ripetuto. Però la Corte dei conti ha appena puntato l’indice contro il medesimo misfatto, mentre il sito contribuenti.it denunzia 2.800.000 cartelle esattoriali errate.

              Il guaio è che su questo fronte imperversa una pletora d’enti impositori (Stato, Regioni, Comuni, Inps e via elencando) nonché di esattori (agenzie fiscali, banche, società private) che usano linguaggi differenti, oppure non comunicano fra loro. L’altro guaio è che la normativa tributaria è più volubile d’una ballerina, e come una ballerina si cambia d’abito ogni sera. Avrebbe dovuto metterci una pezza lo Statuto dei contribuenti, introdotto da una legge del 2000 per garantire il principio di chiarezza delle disposizioni tributarie, il divieto di retroattività, l’informazione dei contribuenti, la tutela della buona fede nei rapporti con il fisco. Risultato? Fino al 31 dicembre 2006 questa legge è stata elusa almeno 30 volte da altre leggi dello Stato: lo hanno attestato il mese scorso i giudici contabili.

              Nel frattempo capita che per ottenere un rimborso fiscale trascorrano 26 anni, un mese e 3 giorni: ne ha dato notizia il 16 giugno lo Sportello del contribuente, precisando che il rimborso ammontava a 53 euro, che all’epoca dei fatti era stato chiesto da un settantenne fiorentino, e che ovviamente è poi finito nelle tasche dei suoi eredi. Niente di strano, dal momento che il fisco è in debito con 12.300.000 italiani, per un importo pari a 28,4 miliardi di euro. In questi casi meglio prendersela comoda, anche a costo di rischiare una condanna per «usura burocratica»: l’ha comminata a maggio il Tribunale di Venezia (causa 2391/2002), dando ragione a un’impresa e torto all’amministrazione finanziaria per la sua incapacità di concludere una procedura dopo più di 15 anni.

              Ma se c’è un caso paradigmatico in cui la voracità fiscale si sposa a un servizio inesistente, quest’ultimo riguarda la tassa sui rifiuti versata dai napoletani. Si chiama Tarsu, e a Napoli costa dal 30 al 40% in più rispetto a città come Roma e Milano: in media 400 euro l’anno per ogni abitazione. Chi non scuce i quattrini si trova lo stipendio pignorato (80 mila casi), l’automobile fermata dalle ganasce fiscali (400 mila casi), qualche volta il conto corrente bloccato oppure la casa pignorata e poi venduta all’asta.

              I roghi della monnezza
              Nel 2007, mentre a Napoli aumentavano le colline di «munnezza», mentre per le strade cittadine divampavano roghi nauseabondi di spazzatura mai raccolta, mentre l’ateneo napoletano stimava che in città ciascuno convive con 25 topi (contro i 4 della media nazionale), la Tarsu è cresciuta di un altro 18%.

              Da qui un’ondata di proteste e di ricorsi, regolarmente accolti dai giudici di pace; il primo a ottenere soddisfazione è stato Antonio Di Bernardo, un pensionato liquidato con 1032 euro a spese delle casse comunali per danni morali ed esistenziali. Di fronte all’impopolarità di questo balzello cittadino, l’amministrazione comunale ha infine deciso di cambiargli nome: da ottobre la nuova sigla sarà Tia. Ma la Tia (come sbagliarsi?) sarà ancora più cara della Tarsu: 30% in più.

              Insomma non c’è limite, né via di scampo, dinanzi alla fantasia della macchina fiscale. Nel 2006 l’Unione europea si è incartata in lunghe discussioni circa la tassa sui pannolini: gli euroburocrati avevano scoperto che in 5 Stati i neonati pagano un’aliquota Iva inferiore al minimo consentito dalle regole comunitarie (15%). In Italia sappiamo fare peggio. La tassa sul tubo («addizionale sulla tassa di occupazione del suolo pubblico a carico delle società che gestiscono reti energetiche»). Quella sulla birra, inventata dal decreto sulla competitività del 2005. La tassa sui cani (20 euro) progettata nei giorni scorsi dalla Regione Sardegna, dopo che la medesima Regione si era segnalata per la tassa sul lusso imposta a 300 mila turisti. Infine la tassa sui disabili, dato che la Finanziaria 2007 varata dal governo Prodi attribuisce un assegno familiare più basso a chi ha un figlio handicappato, rispetto a chi ne ha uno sano. Tassa che ti passa.

              micheleainis@tin.it