“Analisi” Strategia contro il lavoro dipendente (De Berlanga)

03/07/2007
    martedì 3 luglio 2007

    La Pagina 3

      Dipendenti
      L’offensiva unitaria contro gruppi sparsi

        Tommaso De Berlanga

          La sensazione è quella dell’accerchiamento. Costante, avvolgente, implacabile. Non c’è un solo interesse interno al lavoro dipendente che non venga messo sotto attacco. Un’offensiva che ha palesemente un centro motore, una strategia unitaria, una tempistica sapiente, un arsenale di argomenti messo a punto da un esercito di esperti, consulenti, «intellettuali organici» dei poteri forti.

          Da questa parte, invece, abbiamo una serie di stoiche «linee del Piave», le cui posizioni vengono continuamente aggirate. Oggi siamo sul fronte delle pensioni per quella generazione che è «allo sgobbo» dai tempi del «boom» (quando ancora si poteva entrare al lavoro all’età di 16 anni, ma già «in regola»), che ha fatto il ’69 operaio e ha conquistato diritti per tutti negli anni ’70. Lo «scalone» colpisce loro per primi, ma proietta la sua fosca ombra sulla generazione successiva (quella ancora in parte coperta dal «sistema a retribuzione»), che però entrava in azienda in età più avanzata. Poi arriverà l’ora dei reietti del «contributivo», che di andare in pensione – sembra – non se lo potranno proprio permettere.

          Ma solo ieri mattina toccava ai giovani precari, che – quando hanno provato a porre il problema della «stabilizzazione» occupazionale (Atesia docet) – si son visti indicare come pericolosi sovversivi, o giovincelli «nostalgici del posto fisso». Gli stessi che li hanno inchiodati al giogo normativo del «pacchetto Treu» e della «legge 30» provano ora a giocarli contro i loro padri («i pensionati rubano il futuro ai giovani»). Ma si guardano bene dal restituire loro una legislazione che consenta ai giovani qualche certezza in più (in termini di salario, continuità lavorativa, livelli contributivi). E qualche ora prima erano stati gli odiati «statali» a subire il pubblico dileggio («fannulloni»). Contro di loro veniva invocato l’urlo dei dipendenti «privati» e anche quello dei «giovani precari».

          Ci dicono che la precarietà è «buona» perché consente alle aziende la giusta «flessibilità», sottoposte come sono ai rischi della «competitività». E quindi non si può toccare. Dall’altro lato, bsogna «ridurre la spesa pubblica», perché se «i conti non sono a posto» non si può sostenere nella giusta misura la «competitività» delle imprese. Tanto, chi volete che sia in grado – tra gli incolti – di criticare il castello fasullo di cifre che gli viene costruito attorno?

          Le «linee del Piave» saltano a una a una. Spezzoni sociali sotto attacco sono messi in condizione di non poter ricevere solidarietà dai propri simili; che vengono anzi sollecitati ad unirsi al coro del «crucifige». Lo spazio di manovra per la contrattazione sindacale e per l’amministrazione delle politiche attive si va così riducendo a zero o quasi. In questa asfissia rischiano la vita (e la funzione storica) sia il sindacato che la sinistra. Il peggio che possa accadere è continuare così. Senza una visione che illumini ciò che è uguale nella diversità delle vite, delle condizioni lavorative, delle tutele sempre meno cogenti. Nell’illusione che «il meno peggio» sia un argine, invece che un piano inclinato. Senza fondo.