“Analisi” Sì agli stranieri se garantiscono lo sviluppo

03/04/2007
    martedì 3 aprile 2007

    Pagina 7 – Primo Piano

    “Aerei e telefoni, sì agli stranieri
    solo se garantiscono lo sviluppo”

      Esperti a confronto
      sulle fusioni
      senza frontiere
      nel settore servizi

        PAOLO BARONI

        ROMA
        Soci industriali o finanziari? Americani o italiani? Dopo l’annuncio della trattativa tra Pirelli e At&t-America Movil, il dibattito impazza. Filo-stranieri e nazionalisti, cultori del libero mercato e protezionisti. E ci si chiede quali vantaggi finiranno in tasca ai consumatori.

        «Il mercato non è l’ultima spiaggia dei pirati, ci si deve fidare» sostiene Patrizio Bianchi, esperto di politica industriale, stretto collaboratore di Romano Prodi a Nomisma ed oggi rettore dell’Università di Ferrara. Che nel possibile arrivo di nuovi soci in Telecom saluta una ritrovata attenzione degli investitori stranieri per l’Italia. Stesso discorso fa Carlo Scarpa, ordinario di economia politica a Brescia e collaboratore de la Voce.info. «Non capisco chi si lamenta del fatto che gli stranieri non investono qui e poi se arrivano grida mamma li turchi». Aggiunge Bianchi: «Quando con l’Iri si diede il via alla più grande privatizzazione d’Europa si fece una grande operazione di mercato, che però, nel servizio pubblico, è un mercato regolato. Nell’interesse dei cittadini e della concorrenza».

        La soluzione italiana? «Non credo che le banche possano essere investitori di lungo periodo – spiega Scarpa -, ,caratteristica che deve invece avere chi entra in Telecom». Bianchi, dal canto suo, cita l’esempio Fiat e spiega che la strada è invece teoricamente percorribile perché ormai le nostre banche hanno una taglia internazionale e possono permettersi investimenti pesanti. «Però anche a loro alcune domande: che investimenti farete per lo sviluppo tecnologico del paese» nel gestore di larga parte della rete telefonica fissa italiana ed il primo operatore nella telefonia mobile. Per Scarpa investitori del calibro di At&t e America Movil rappresentano un vantaggio potenziale. «Soci industriali con le spalle molto larghe dal punto di vista finanziario. Il passaporto non mi interessa, mi interessa che Telecom Italia sia all’inizio di un grosso ciclo di investimenti per rinnovare la rete a banda larga, che potrebbe passare dagli attuali 20 a 100 megabit al secondo Un progetto da 6,5 miliardi di euro che per carenza di risorse si pensava di spalmare in 10 anni: ora potremmo fare molto prima».
        Bianchi concorda: «Come in tutti i paesi del mondo il governo, più che fare le barricate, ha titolo per domandare ai nuovi azionisti quali sono i piani di sviluppo. Se vengono in Italia per investire, sviluppare l’azienda e far crescere il paese, o solamo per comprare un mercato molto ricco e portar via tecnologia».

        Per Gustavo Visentini, ordinario di diritto commerciale alla facoltà di Giurisprudenza della Luiss, «è bene che ci integriamo nel globale, ma questo non significa che ciascuno non debba poi rispondere ad uno Stato, ad una autorità politica che purtroppo da noi è debolissima, anzitutto a causa della legge elettorale». Dunque, «benissimo che si integrino le imprese. Peccato che da noi si siano fatte delle privatizzazioni senza accompagnarle da adeguate leggi di bilanciamento e che poi, con la riforma delle società, si sia addirittura annullato ogni meccanismo di disciplina». Ne consegue che in operazioni di questo tipo consumatori e investitori siano sempre poco protetti. Al di là che la proprietà sia italiana o straniera. Amare le conclusioni di Visentini: «Da noi c’è sempre il rischio che il monopolio che trascinato per anni favorisca nuove forme di parassitismo senza creare concorrenza sul mercato».