“Analisi” Se il Partito democratico diventa una zavorra (M.Franco)

19/01/2007
    venerdì 19 gennaio 2007

    Pagina 2 – Primo Piano

    LA NOTA

      Se il Partito democratico diventa una zavorra

        Il premier fischiato
        nel quasi silenzio di
        alleati deboli e divisi

          di Massimo Franco

            I fischi erano attesi; e altrettanto il silenzio dell’opposizione e degli alleati. Ieri, Romano Prodi ha avuto l’ennesima conferma della propria solitudine politica di fronte ad una contestazione. Forse perché i Ds erano ripiegati su se stessi, cercando di ritrovare un simulacro di unità in vista del congresso. E perché l’area antagonista deve giocare la carta dell’indignazione dopo il «sì» di palazzo Chigi alla base Usa a Vicenza. Quanto alla Margherita, Rutelli ha difeso il premier. Ma gli ha chiesto soprattutto di richiamare all’ordine Bertinotti, in bilico fra leadership del Prc e presidenza della Camera.

            Così, le grida dei giovani di centrodestra contro Prodi alla Cattolica di Milano sono scivolate via quasi senza reazioni dell’Unione. Verdi e Prc le hanno definite fisiologiche. Fedelissimi a parte, l’unico a spendere parole di solidarietà è stato il ministro della Giustizia, Clemente Mastella. Prodi se l’è presa col silenzio della Cdl, che a suo avviso avrebbe dovuto prendere le distanze dai contestatori. Ma a palazzo Chigi parlano di un «premier-parafulmine» di un disagio trasversale, dietro cui si accucciano gli alleati.

            «È come se il governo non fosse espressione di una maggioranza», ammettono i consiglieri. Ma sembra che il Professore non ne faccia un dramma. Si sarebbe rassegnato ad una coalizione prigioniera «di una deriva che insegue i malumori». Secondo i prodiani, la solitudine è figlia della debolezza dei partiti dell’Unione. Il paradosso additato da palazzo Chigi è che sono così fragili, da lasciarlo in prima linea da solo. Ma nel momento in cui cadesse, sarebbero messi davanti alla propria impotenza.

            A dar retta a questa tesi, più Prodi appare isolato, più significa che i partiti hanno bisogno di lui. Lo schema è un po’ perverso. Ma il rapporto solido con il ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, consente al Professore di galleggiare sulle divisioni della maggioranza e sui fischi avversari. Consolida il suo ruolo di mediazione. E gli permette di emanciparsi dai tortuosi percorsi che dovrebbero condurre al Partito democratico. Prodi considera quell’approdo una sorta di missione; ma con la «m» minuscola, in questa fase. Per il modo in cui se ne discute, viene ritenuto una zavorra.

            Sotto voce, si spiega che se prendesse forma un progetto dai contorni confusi, senza seduzione elettorale, sarebbe meglio tenersi la coalizione. Il timore è che i contrasti fra i Ds e con la Margherita frenino tutto. Ma sullo scetticismo di palazzo Chigi pesa anche la consapevolezza che il governo potrebbe essere destabilizzato: l’estrema sinistra è ostile ad una fusione Ds-Margherita. Nell’immediato, tuttavia, l’assillo prodiano è di recuperare «l’antagonismo». Per ora resta lo strappo. Ma chissà che fra un mese e mezzo, quando il Parlamento rivoterà sulla missione afghana, non si sia cicatrizzato.