“Analisi” Rivedere i coefficienti per salvare le pensioni (Boeri/Brugiavini)

14/03/2007
    mercoledì 14 marzo 2007

    Pagina 40 – Economia

    Rivedere i coefficienti per salvare le pensioni

      È uno dei capisaldi
      dell´equità
      intergenerazionale

      Tito Boeri e Agar Brugiavini*

        Prima domanda: i giovani avranno la pensione? E se sì, a che condizioni?

          Per effetto delle riforme pensionistiche dell´ultimo decennio, per i giovani i tassi di rimpiazzo (ovvero il rapporto tra prima prestazione pensionistica e ultimo salario) delle generazioni che vanno in pensione ora sono irraggiungibili. Questo perché la pensione pubblica offrirà un rimpiazzo del reddito da lavoro del 35-40% nei casi migliori, contro l´attuale 65-70%. L´unica via per coprire questo "buco" pensionistico è garantire, specialmente ai giovani, rendimenti più elevati all´accantonamento ora versato al trattamento di fine rapporto.

          Il rischio è che un giovane che oggi entra nel mercato del lavoro finisca, anche dopo 45 anni di lavoro (8 anni in più in media di chi va in pensione ora), per ricevere una pensione inferiore al minimo sociale. È una questione di equità intergenerazionale e sostenibilità allo stesso tempo. L´aliquota di equilibrio (il contributo che dovrebbe essere pagato per azzerare il deficit dell´Inps) è oggi vicina al 45%. Come si può a chiedere a qualcuno di trasferire quasi il 50% del proprio salario a chi va in pensione a 57 anni, dopo 35 di lavoro, sapendo che lui stesso percepirà una pensione, in rapporto all´ultimo salario, del 20-30% inferiore a quella del beneficiario del suo trasferimento? Quindi per i giovani deve essere incentivato al più presto il trasferimento del Tfr ai fondi pensione. Il sindacato ha un ruolo fondamentale da giocare in questo quadro. I giovani sono spesso occupati in piccole imprese, soggetti alle pressioni (se non al ricatto) dei datori di lavoro che chiedono di mantenere il Tfr presso l´azienda. Per evitare le pressioni e i ricatti, bisogna che la scelta su cosa fare del Tfr sia coordinata fra i lavoratori. Di qui il ruolo insostituibile del sindacato, che però sulla questione ci sembra molto distratto.

          Seconda domanda: i coefficienti di trasformazione, quali vantaggi o svantaggi per i giovani da una riforma? E quali dalla rimozione dello scalone?

            Partiamo dai coefficienti di trasformazione. Quando si va in pensione, i coefficienti convertono il montante di contributi accumulati durante la vita lavorativa in quiescenza annuale. Il coefficiente tiene conto di due aspetti: è graduato sulla base degli anni di anticipo rispetto ai 65 anni (cresce al crescere dell´età di pensionamento) ed è calibrato sulla speranza di vita, perché una vita attesa più lunga implica che le prestazioni devono essere versate per un numero maggiore di anni. I coefficienti attualmente variano da un minimo del 4,720 per cento (a 57 anni di età) a un massimo di 6,136 (a 65 anni di età). Ciò significa che chi, a 65 anni di età, avesse accumulato un montante per 100mila euro, si vedrebbe riconosciuta una pensione di 6.136 euro all´anno. Senza revisione dei coefficienti, il sistema contributivo non sarebbe sostenibile e non avrebbe più ragion d´essere. La variazione dei coefficienti di trasformazione è parte integrante della riforma Dini e costituisce uno dei capisaldi della equità intergenerazionale. Quando la longevità aumenta, le pensioni devono essere adeguate a questo cambiamento, altrimenti la generazione che va in pensione otterrà più risorse di quelle preventivate, facendo pagare «il regalo» alle generazioni presenti e future attraverso un aumento dell´imposizione fiscale. Non modificare i coefficienti di trasformazione equivale ad aumentare la generosità delle pensioni per quelle generazioni che andranno in pensione prima della prossima riforma. Infatti senza aggiustamento dei coefficienti il sistema sarà presto insostenibile e bisognerà intervenire di nuovo, aumentando ulteriormente i contributi sociali per i lavoratori oppure l´età di pensionamento o riducendo il reddito pensionistico per le future generazioni. Quindi, il mancato aggiustamento oggi dei coefficienti, aumenta anche il «rischio politico» di vedersi cambiate ulteriormente le regole previdenziali a proprio svantaggio in futuro. Per ridurre il rischio politico di nuove riforme, bisognerebbe rendere gli aggiustamenti dei coefficienti automatici in base agli aggiornamenti delle tavole di mortalità compilate dall´Istat, come già avviene in Svezia. Come mostra il grafico qui sopra, tratto da un rapporto della Ragioneria Generale dello Stato, senza l´aggiornamento dei coefficienti, la spesa pensionistica aumenterebbe di circa due punti di Pil. Se i coefficienti non fossero aggiornati e fossero introdotte forme di perequazione delle pensioni superiori all´inflazione, il profilo della annunciata ‘gobba´ sarebbe diverso, fino a portare la spesa ben oltre il 20% del Pil (anziché al 16). Per contro, la revisione indurrà i lavoratori a elevare spontaneamente l´età media di pensionamento. E, dal punto di vista macroeconomico, ciò conterrà la crescita dei pensionati liberando le risorse necessarie a preservare al meglio le pensioni e a garantire un reddito minimo a tutti, come misura di contrasto alla povertà.

            Riguardo allo scalone, abbiamo espresso più volte le nostre perplessità su questa misura perché riteniamo che siano preferibili interventi che mantengano flessibilità e libertà di scelta su quando andare in pensione. Dal punto di vista dei giovani, tuttavia, l´abolizione dello scalone senza alcuna misura che contenga la spesa pensionistica (tipo riduzioni attuariali delle pensioni per chi va in pensione prima dei 65 anni), significherebbe dover sobbarcarsi quasi 9 miliardi in più di tasse.

            Terza domanda: che cosa vuol dire per voi impostare la riforma delle pensioni nell´ottica della solidarietà tra le generazioni?

              Vuol dire anticipare l´entrata in vigore delle nuove regole previdenziali, come avvenuto in Svezia, dove il sistema contributivo è stato adottato subito per tutti, tranne per chi aveva più di 62 anni, anziché essere circoscritto ai più giovani. La comparazione fra Italia e Svezia, si veda il grafico qui sotto, è un chiaro esempio di come i giovani siano da noi sottorappresentati nel processo politico. Bene che oggi facciano sentire di più la loro voce.

              *articolo tratto da www.lavoce.info