“Analisi” Riforma con tanti punti critici – di M. Tiraboschi

25/09/2002

          25 settembre 2002







          ITALIA-LAVORO

          ANALISI
          Riforma con tanti punti critici Meglio fissare standard minimi


          di Michele Tiraboschi

          Entra nel vivo in questi giorni il confronto politico-sindacale sulla trasposizione nel nostro ordinamento della direttiva 93/104/Ce, concernente taluni aspetti della organizzazione dell’orario di lavoro. È intenzione del Governo chiudere la partita in tempi rapidi, anche perchè incalzato dalle autorità comunitarie. Dopo la sentenza di condanna della Corte di Giustizia del marzo 2000 è infatti proseguita la procedura di infrazione contro il nostro Governo stante la perdurante situazione di inottemperanza degli obblighi comunitari. La direttiva 93/104/Ce avrebbe dovuto essere integralmente recepita al più tardi entro il novembre 1996. Tra i commentatori e gli esperti non manca una certa dose di ottimismo, soprattutto in considerazione del fatto che già il 12 novembre 1997 le parti sociali avevano raggiunto una intesa che avrebbe dovuto favorire una tempestiva e completa trasposizione della direttiva. A quella intesa fa ora integrale riferimento la legge comunitaria per il 2001. Ulteriori criteri di attuazione della delega potranno tuttavia essere indicati dalle parti sociali, chiamate ora dal Governo a formulare un nuovo avviso comune, soprattutto con riferimento al lavoro notturno e al regime degli straordinari. I provvedimenti adottati in materia nel corso della precedente legislatura non sono stati infatti ritenuti sufficienti per un corretto e integrale recepimento della direttiva comunitaria. Possibili specificazioni sono poi previste per i settori del commercio, turismo, pubblici esercizi ed agricoltura. Una nuova disciplina pare dunque possa essere messa a punto in tempi rapidi. Non mancano tuttavia criticità e problemi di non facile soluzione, che potrebbero ora rallentare ulteriormente il processo di adeguamento alla direttiva europea. In primo luogo l’avviso comune sull’orario di lavoro non è stato redatto in forma di articolato normativo. La specificazione dei principi e dei concetti contenuti nell’intesa del 1997 non sarà dunque agevole sul piano della interpretazione di un testo oramai datato. Perdipiù la direttiva del 1993 è stata successivamente modificata dalla direttiva 2000/34/Ue che ha esteso il campo di applicazione anche a quei settori precedentemente esclusi. Un elemento di criticità ancora più rilevante sembra poi profilarsi alla luce della recente riforma del Titolo V della Costituzione, che affida alla legislazione concorrente di Stato e Regioni la "tutela e sicurezza del lavoro". Anche a prescindere dalla oscura formulazione del dettato costituzionale occorre infatti sottolineare che la direttiva 93/104/Ce non disciplina in sè e per sè l’orario di lavoro, ma piuttosto quegli aspetti della organizzazione dell’orario connessi alla tutela della salute e sicurezza dei lavoratori. Questo è del resto il fondamento giuridico e l’oggetto della direttiva europea, e in questa prospettiva si è posto anche l’avviso comune del 1997. L’impostazione centralista dell’avviso comune potrebbe quindi non conformarsi perfettamente alla normativa costituzionale, che parrebbe rinviare sul punto alla legislazione concorrente regionale. Per arginare questa situazione di incertezza non v’è che una strada: affrontare senza esitazioni questo nodo critico del federalismo, mediante la definizione di una legge nazionale cornice sulle prescrizioni minime in materia di orario di lavoro: prescizioni minime che, sostanzialmente, coincidono con il contenuto prescrittivo della direttiva europea del 1993. Solo con atteggiamento pragmatico e realista si può infatti uscire dalle sabbie mobili in cui si sono arenati il dibattito politico e quello scientifico, nella defatigante opera di chiarificazione di un concetto tanto oscuro quanto problematico quale quello della "tutela e sicurezza del lavoro".