“Analisi” Più inflazione, può essere un segno di declino – di A.Weber

28/10/2002



          (Del 28/10/2002 Sezione: Economia Pag. 19)
          L´AUMENTO DEI PREZZI NELLE ECONOMIE DEBOLI DI SOLITO NASCONDE SINTOMI DI FRAGILITA´ STRUTTURALE
          Più inflazione, può essere un segno di declino
          Alex Weber

          MOLTI di noi possono sorprendersi dell’attenzione che i giornali dedicano alle notizie sull’inflazione, in fondo non siamo tutti governati dalla stessa politica monetaria a Francoforte? Anche in Italia la settimana scorsa ha fatto scalpore l’aumento dell’indice dei prezzi al consumo di un solo decimale. Il tasso dell’inflazione italiana è ora infatti del 2,7%, mezzo punto sopra la media europea. Ma che cosa significa ciò veramente, per un paese abituato a tassi molto maggiori nel suo recente passato? Dalla nascita del progetto dell’Unione monetaria i prezzi in Europa hanno teso a convergere. Durante la seconda metà degli Anni Novanta si è avuta una discesa verso il livello tedesco e la differenza tra l’inflazione più alta in Europa e quella più bassa è scesa dagli otto punti percentuali del ’96 ai due punti del ’99. A partire dal 2000, tuttavia, i cosiddetti «differenziali» sono tornati a crescere e in media ora non sono mai inferiori al 3%. Ciò non può non sorprendere chi prevede con l’euro una rapida convergenza delle economie europee. Da un punto di vista storico non si può parlare di una situazione grave, ma se i differenziali tendono a replicarsi nel tempo, il paese con i prezzi più alti – in particolare se il fenomeno non dipende da un eccesso di domanda dei suoi prodotti – tende a perdere posizioni competitive. Dieci anni di deterioramento significano, per qualsiasi paese che abbia difficoltà di crescita, la certezza di un grave declino. Quattro anni sono già passati. Quanto può intervenire la politica economica nazionale, ora che non dispone del controllo sulla quantità di moneta e sui tassi d’interesse? Spesso può agire modificando le imposte indirette o liberalizzando i prezzi amministrati. Una maggiore trasparenza dei prezzi inoltre può essere «governata», così come la tutela dell’antitrust nei mercati nazionali. Ma prima di agire, ogni paese dovrebbe osservare attentamente la struttura degli aumenti dei prezzi e distinguere tra quelli nei settori esposti a concorrenza e gli altri. Se, come in Italia, gli aumenti sono in gran parte nel settore «protetto» dei servizi, allora l’inflazione non dipende in genere dall’eccesso di domanda e bisogna rapidamente intervenire. Questi aumenti si trasferiscono infatti su tutta la struttura economica con gravi conseguenze sulla posizione competitiva dei produttori esposti alla concorrenza, indebolendoli. Inoltre, sposta sui settori «protetti» gli investimenti industriali. I capitali del paese finiscono così per confinarsi in settori con basso livello di produttività e minori prospettive di sviluppo (avendo le attività «protette», per definizione, dimensioni tuttalpiù nazionali). In generale il paese tenderà a perdere il passo dello sviluppo delle economie più veloci. Nel caso dell’Italia, non è solo una coincidenza che si manifesti un differenziale di inflazione rispetto alla media europea, nonostante il tasso di crescita del pil sia – insieme a quello tedesco – il più basso della zona dell’euro. Se fossi un ministro del governo italiano comincerei a preoccuparmi dei rischi di declino strutturale. Gli amici italiani mi fanno notare che gran parte del «modello italiano» sfugge a queste categorie, perché si basa su una piccola-media impresa molto dinamica che non ha le rigidità dei sistemi produttivi degli altri paesi. Ma si tratta di una spiegazione che non mi convince. Anche vivendo in modo molto «flessibile», sia nella localizzazione sia fiscalmente, un’impresa non può sottrarsi a costi dei servizi, come trasporti, energia e altri, più alti che in paesi dove operano imprese concorrenti. Ma anche quando riuscisse a recuperarli grazie al proprio dinamismo, finirebbe per trasferirli, in modo più o meno nascosto, sul reddito dei propri consumatori o dipendenti, per esempio delocalizzando la produzione soprattutto nei vicini paesi dell’Europa orientale. A sua volta, però, questo riduce il reddito disponibile del paese e la sua capacità di crescita. A causa dei normali meccanismi di protezione sociale, l’economia smette di crescere nonostante un alto livello della disoccupazione: in fondo, uno dei tipici meccanismi di declino economico che, pur in forme molto diverse, coinvolge oggi sia l’Italia sia la Germania, ma che entrambi questi paesi, anche in questo caso in modi diversi, vogliono far finta di non riconoscere.