“Analisi” Perché non finisce il giorno dei lavoratori (B.Ugolini)

02/05/2007

    martedì 1 maggio 2007

    Pagina 10 – Interni

    L’Analisi
    STORIA – La modernizzazione della produzione, i nuovi lavori, la globalizzazione non esauriscono il ruolo dei sindacati

      Perché non finisce il giorno dei lavoratori

        Bruno Ugolini

        A sentire certi studiosi di moda fino a poco tempo fa, come Jeremy Rifkin, teorico della fine del lavoro, o certi cantori della nuovissima civiltà dell’ozio, il Primo Maggio dovrebbe scomparire. E con questa fatidica data dovrebbero essere cancellati anche i temi del lavoro, del suo ruolo nelle società moderne. Questo perché processi di modernizzazione travolgente non solo avrebbero abolito le sorpassate catene di montaggio, ma avrebbero anche sorpassato antiche categorie sociali. Per cui oggi saremmo tutti ceti medi, più o meno progressisti. Eppure all’improvviso il lavoro, addirittura gli operai, sono tornati alla ribalta con prepotenza. Non per le loro manifestazioni di piazza, non per le loro richieste salariali o di diritti. Sono tornati alla ribalta perché si è scoperto che morivano alla media di quattro al giorno.

        E così giornali e televisioni hanno compreso che il mondo del lavoro esiste ancora e che rivendica non solo protezioni dallo stillicidio degli infortuni, non solo un salario dignitoso che sia qualcosa di più di una mancia, ma anche un ruolo nel luogo di lavoro e nella società. Perché sono loro che costruiscono quel tanto di ricchezza di cui gode il Paese. Provate a pensare alle "cose" che usate o che avvicinate ogni giorno, scarpe, occhiali, televisori, computer, vestiti, posate, case, spettacoli, libri, treni, aerei, alle autostrade… Non vengono dal cielo. Non è un mondo irreale come quello che incontrate su "Second Life", in Internet. E’ un mondo concreto attraverso il quale passano milioni e milioni di lavori e milioni di lavoratori. Gente, la "classe" dicevamo una volta, che non è scomparsa. Si è trasformata, spesso spezzettata, ma esiste, fatica e produce, appunto, quel tanto di benessere che possiamo consumare. Magari ci tocca constatare che le catene di montaggio hanno abbandonato una parte di Mirafiori a Torino, certo. Ma sono rinate nelle cattedrali dei call center a Bari o a Palermo.

        No, non ci libereremo del Primo Maggio. E nemmeno dei sindacati che quell’esercito del lavoro vecchio e nuovo cercano di rappresentare spesso con difficoltà. Perché molti reparti sono nascosti dietro le ombre del lavoro nero e clandestino, oppure sono resi invisibili da contratti individuali.

        Un mondo che torna alla ribalta, accompagnato da una competizione, aperta anche in politica, su chi lo può e lo vuole rappresentare. Ed è a questo proposito che trovo singolare una recente dissertazione di uno studioso come Tito Boeri che ha visto nella nascita del Partito Democratico e in una presunta indifferenza dei sindacati, una specie di divorzio tra il nuovo partito e l’organizzazione sindacale, soprattutto la Cgil. Una separazione vista con soddisfazione perché questo vorrebbe dire che d’ora in poi il Partito Democratico potrebbe dedicarsi autonomamente e liberamente ai problemi sociali senza dover fare i conti con lacci e laccioli derivanti da una persistente parentela con l’organizzazione d’Epifani. Un ragionamento che non convince perché è difficile pensare che possa esistere in Italia (ma anche in Germania, anche in Europa) un governo che possa fare a meno di un rapporto col sindacato. Non ci si può liberare d’Epifani e compagni, si può tentare di sconfiggerlo, di neutralizzarlo. Ma non sembra esistano Margaret Thatcher all’orizzonte. E quell’autonomia della politica, del partito, indifferente al sindacato, appare un’illusione. D’altro canto, appare illusione il contrario: l’autonomia del sindacato, intesa come indifferenza alla politica. Meglio pensare ad una sana dialettica capace di rinnovare entrambi gli interlocutori. Ma finche esisterà il lavoro, no non ci libereremo del Primo Maggio e dei suoi sindacati.