“Analisi” Perché affrontare la sfida dei «tre anni» (B.Ugolini)

31/05/2007
    giovedì 31 maggio 2007

    Pagina 13 – Economia & Lavoro

    L’analisi

      Epifani e i contratti:
      perché affrontare
      la sfida dei «tre anni»

        Bruno Ugolini

          Ha suscitato interesse e per qualcuno scalpore l’intervista rilasciata da Guglielmo Epifani all’Unità. Soprattutto laddove il segretario della Cgil accenna alla necessità di un’azione di manutenzione del modello contrattuale. L’intervistatrice (Felicia Masocco) chiede se è la caduta di un tabù, ovverosia «un bel passo avanti». Epifani risponde che non c’è dubbio. Spiega che il sindacato ha «molto da rivendicare e da pretendere». Non va a questo futuro appuntamento con l’intenzione di concedere, di fare un piacere a chicchessia. L’ affermazione arriva dopo un commento sull’intesa raggiunta per il pubblico impiego. E dopo le polemiche in alcuni settori della stessa Cgil, come i metalmeccanici, per quella scelta d’esperimentare una scadenza triennale.

          Il maggior sindacato italiano affronta, così, una nuova sofferta prova. Certo, la scelta della triennalità è riservata al solo pubblico impiego. Non c’è chi non veda, però, come quell’ipotesi possa poi rappresentare un’ipoteca sulla futura ridiscussione generale del modello contrattuale. E anche se le categorie impegnate nei contratti (metalmeccanici, alimentaristi) sono state rassicurate: non dovranno ritardare il loro normale percorso rivendicativo in attesa del fatidico nuovo modello. Sono rassicurazioni che non convincono tutti, dentro la Cgil. Il paradosso sta nel fatto che, ad esempio, l’ala sinistra della Fiom capeggiata da Giorgio Cremaschi non si schiera certo tra i paladini del vecchio modello contrattuale stabilito nel 1993. E resta il fatto che il congresso della Cgil, in coerenza con le parole odierne d’Epifani, aveva parlato, nel documento finale, della necessità su questi temi di «una proposta complessiva unitaria, da sottoporre alla verifica dei lavoratori e delle lavoratrici». Certo il passaggio ai tre anni, invece dell’attuale disposizione (due anni per la parte economica e due per la parte normativa) suscita il timore che questo comporti perdite salariali rispetto all’inflazione. Un rischio che potrebbe però essere evitato attraverso un meccanismo di verifica annuale proprio sui tassi d’inflazione. È un suggerimento avanzato da Raffaele Bonanni, segretario generale Cisl e anche da Carlo Podda, il segretario della Funzione Pubblica Cgil. Quest’ultimo ha anche osservato che il passaggio ad una scadenza triennale per questo settore rappresenterà un impegno gravoso soprattutto per il governo.

          La Finanziaria da decidere già a settembre dovrà stanziare tutte le risorse per il triennio (nove miliardi, più i sei miliardi già caricati sul 2008). Inoltre dovranno essere effettuati i pagamenti effettivi degli stipendi ogni 18 mesi. Per non parlare dell’applicazione del memorandum su efficienza e produttività ma anche sulle esternalizzazioni e sulle assunzioni dei precari. Impresa gigantesca.

          Insomma il ritorno ai tre anni di scadenza (già in vigore prima dell’accordo del ’93) non appare come il problema principale per il sindacato. Già oggi le scadenze si allungano per molte categorie. Il problema vero è semmai come ritornare a dare spazio alla contrattazione aziendale, su temi troppo spessi dimenticati, oggi riportati all’ordine del giorno dalle rinnovate denunce sulla catena d’infortuni spesso mortali. Sono i temi dell’organizzazione del lavoro, della difesa dell’integrità psicofisica, delle iniziative per ridare al sindacato nei posti di lavoro un’autorità anche sul salario e, certo, anche in rapporto alla fatidica produttività. Sarebbe necessario ritornare a parlare del “potere” sindacale, quello vero, non quello formale. Questioni che non erano state formalmente cancellate dal modello che aveva sostituito le vecchie scadenze e il superamento della scala mobile. Ecco perché forse non è il caso nemmeno di nutrire soverchie illusioni: il modello nuovo non sarà una bacchetta magica. Quella che Epifani chiama manutenzione, altri chiamano riforma, produrrà una macchina più efficiente, magari più scattante. Ma poi tutto dipenderà dai guidatori (intesi non solo come i ristretti gruppi dirigenti sindacali).