“Analisi” Per ripartire il Governo rispetti gli impegni – di C.Dell’Aringa

06/11/2002




            6 novembre 2002

            LAVORO
            Per ripartire il Governo rispetti gli impegni


            di Carlo Dell’Aringa

            I dati dell’indagine Istat sulla grande impresa segnalano consistenti diminuzioni dell’occupazione. Essi ripropongono alcuni problemi strutturali noti da tempo e, in aggiunta, indicano preoccupanti tendenze congiunturali della nostra economia. I problemi strutturali consistono essenzialmente nel fatto che le nostre cosiddette grandi imprese non crescono più, anzi diminuiscono. Dal 1995 a oggi, in sette anni, l’occupazione nella grande industria è diminuita di ben il 15 per cento. Se si considera che complessivamente – tenendo conto anche delle piccole imprese – l’occupazione nell’industria ha tenuto bene, i dati di oggi confermano ancora una volta che il nostro "nanismo industriale" invece di migliorare, peggiora. E ancora una volta questo fenomeno deve fare riflettere. Tutti siamo soddisfatti della buona performance della piccola e media impresa, dinamiche e perfettamente in grado di sostenere un’agguerritissima concorrenza internazionale. Ma dove sono le grandi imprese che investono in tecnologia e che dovrebbero garantire la presenza italiana nella ricerca e sviluppo e che dovrebbero trascinare tutto l’apparato produttivo del Paese? La risposta sta in questi dati di oggi. La presenza di queste imprese si è ridotta in termini occupazionali, in modo drammatico. Preoccupante, anche se meno, è il segnale congiunturale. I servizi infatti rappresentano il settore d’avanguardia della dinamica occupazionale. Lo sono da tempo e lo sono soprattutto in questi anni. Cosa succederebbe se venisse confermata l’andamento di oggi e cioè una caduta anche dell’occupazione nel terziario? Può essere considerato l’inizio di un ripiegamento generale dei livelli occupazionali? È presto per dirlo e speriamo di no. Ma il segnale è preoccupante. La domanda aggregata ristagna da tempo e le tendenze deflazionistiche potranno essere contenute facendo anche affidamento agli impegni assunti dal Governo nei confronti delle parti sociali, impegni che comporteranno sia riduzioni del carico fiscale per le fasce di reddito medio-basse, sia impegni finanziari per il Mezzogiorno che perlomeno non verranno ridotti in modo consistente come sembrava in un primo momento. Rimane il dubbio che questi impegni siano sufficienti per invertire il ciclo negativo che rischia di ripercuotersi sull’occupazione. Si possono capire allora le preoccupazioni dei responsabili dei settori dei servizi (del commercio ad esempio) che chiedono insistentemente al Governo di sostenere la domanda aggregata attraverso stimoli ai consumi. Ma come si possono aumentare i consumi? Non è facile farlo con ulteriori tagli fiscali, considerate le condizioni della finanza pubblica. Qualcuno suggerisce una forte ripresa dei salari e degli stipendi approfittando dei prossimi rinnovi contrattuali. Questa è un’arma a doppio taglio: gli aumenti salariali fanno alzare non solo il potere d’acquisto, ma anche i costi delle imprese che perdono competitività. Si deve puntare sì a una ripresa delle retribuzioni, ma solo nelle imprese che possono pagarle e nelle regioni dove non ci sia disoccupazione. Si possono così conciliare le esigenze dei consumi con quelle altrettanto importanti del contenimento dei costi.