“Analisi” Miopie sindacali sulla previdenza (M.Riva)

12/03/2007
    lunedì 12 marzo 2007

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        L´ANALISI

          Miopie sindacali
          sulla previdenza

            Massimo Riva

              ORMAI non passa settimana senza che dal Quirinale giungano a governo e parlamento sollecitazioni pressanti affinché si sciolga il nodo di una riforma elettorale. Si tratta di incitamenti sacrosanti alla luce dell´evidente instabilità politica provocata dalla «porcata» di legge vigente, come l´ha ribattezzata uno dei suoi stessi autori. Ma il modo in cui, anche a Palazzo Chigi, si stanno prendendo a cuore gli inviti del Capo dello Stato rischia di avere un serio risvolto negativo. Nell´agenda di governo sembrano declassate altre questioni tutt´altro che marginali. La sensazione è che il mondo della politica si stia dimenticando impegni e promesse che riguardano i suoi rapporti con la società e l´economia.

              Una delle svolte che hanno caratterizzato la nascita del governo Prodi è stato il ritorno alla concertazione con le parti sociali su temi fondamentali quali la riforma delle pensioni e degli ammortizzatori sociali ovvero gli interventi per il recupero di competitività del sistema. E in effetti questo metodo, cui il governo Berlusconi aveva arrogantemente voltato le spalle, è stato di nuovo praticato nella elaborazione della recente Finanziaria con qualche risultato. Ecco perché oggi fa davvero specie dover vedere proprio il governo Prodi non più soggetto di iniziativa in materia ma oggetto di polemiche pressioni di parte sindacale e confindustriale affinché si decida ad aprire i promessi tavoli negoziali.

              Certo, di mezzo c´è stata la crisi sulla politica estera in Senato e poi nessuno ha mai seriamente creduto che sarebbe stata puntualmente rispettata la scadenza del 31 marzo per la chiusura del contenzioso previdenziale. Ma, essendo ormai alla metà di questo mese, l´avvio di un negoziato sembra quanto meno atto dovuto. Anche perché è ora e tempo che ciascuno degli interlocutori metta le carte in tavola, in particolare sul nodo delle pensioni che riguarda sia questioni di tenuta finanziaria del sistema sia malcelati e tuttavia esplosivi conflitti di interesse fra vecchi e giovani italiani.

              Un primo interrogativo: qual è in proposito la posizione del governo e della sua maggioranza? In sede europea il ministro Padoa-Schioppa ha assunto preciso impegno a rivedere alcuni punti del sistema previdenziale con implicito riferimento al tema dell´età pensionabile e alla revisione dei coefficienti di calcolo dei trattamenti. Ma altri ministri e soprattutto importanti voci della cosiddetta sinistra radicale della maggioranza non si stancano di ripetere il loro no a ogni ritocco dell´età di pensionamento. Con prese di posizione che hanno riaperto, come ai tempi del confronto a distanza Bertinotti-Cofferati, un fronte di aperta concorrenza con il mondo sindacale in una devastante partita allo spiazzamento reciproco. Nel recente dodecalogo prodiano c´è un punto secondo il quale, in caso di posizioni contrastanti, scatta la scelta inappellabile del presidente del Consiglio. Una sollecita apertura del tavolo previdenziale sarebbe utile anche per capire, finalmente, quale sia in materia la posizione del governo.

              Su questo punto hanno senz´altro ragione i sindacati quando chiedono a Palazzo Chigi una cena riservata in meno e una chiara scelta politica in più. Resta il fatto che anche le grandi confederazioni sembrano muoversi all´interno di una singolare contraddizione. Da un lato, fanno pressione perché il governo convochi al più presto il tavolo negoziale. Dall´altro lato, intendono presentarsi al medesimo su posizioni di netta chiusura proprio sui punti essenziali. Il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, è stato in proposito categorico: non si toccano né l´età pensionabile né i coefficienti. Questa specie di ossimoro ha una spiegazione: il 1º gennaio 2008 entrerà in vigore il cosiddetto scalone che sposta di colpo da 57 a 60 anni la soglia dei pensionamenti. Insomma, il sindacato sta assediando il governo soprattutto perché vuole che il governo Prodi tolga di mezzo quello scalone.

              Non si capisce quanto sia tatticamente intelligente coltivare un simile obbiettivo e insieme presentarsi al negoziato con un «niet» radicale in tema di revisione dell´età e dei coefficienti. Certo è che simile atteggiamento – aldilà di quanto potrà poi accadere al tavolo della trattativa – denuncia un grave vizio di miopia sociale da parte delle grandi organizzazioni dei lavoratori. Già opporsi a un innalzamento dell´età di quiescenza quando l´età media degli italiani è in costante crescita significa negare un´evidenza matematica indiscutibile. Ma, soprattutto in termini di strategia sociale, comporta un´implicita scelta a favore delle generazioni prossime al pensionamento contro gli interessi dei lavoratori più giovani, che già saranno chiamati a scontare trattamenti previdenziali notevolmente inferiori a quelli di padri e nonni.

              Al riguardo ai molti cultori del materialismo storico che – dentro il sindacato e i partiti della sinistra di governo – non perdono occasione per individuare elementi di conflitto di classe nel sistema, è forse il caso di segnalare quale prepotente conflitto di classi (ancorché generazionali) verrebbe aggravato da una mancata riforma del sistema vigente. I sicuramente meno radicali ma più efficaci socialdemocratici tedeschi, per esempio, hanno appena disinnescato quel conflitto generazionale che in Italia troppi fanno finta di non vedere, votando un innalzamento dell´età pensionabile che è sì graduato nel tempo ma sale a 67 anni, ben dieci oltre la soglia oggi vigente da noi.

              L´esempio tedesco e soprattutto l´incoerenza sociale implicita nelle posizioni del sindacato e della sinistra di maggioranza potrebbero essere argomenti decisivi nelle mani del presidente del Consiglio per mandare in porto una riforma delle pensioni degna del nome. Si deciderà Palazzo Chigi a battere finalmente un colpo? Di legge elettorale forse si può parlare in termini meno assorbenti ed esclusivi.