“Analisi” L’offensiva del Polo e le spinte nell’Unione

08/03/2007
    giovedì 8 marzo 2007

      Pagina 5 – Primo Piano

      LA NOTA

        L’offensiva del Polo
        e le spinte nell’Unione

          Palazzo Chigi si prepara
          a un doppio sì su Kabul e
          stoppa i sogni di crisi della Cdl

          di Massimo Franco

            P alazzo Chigi ostenta una certa dose di tranquillità. Vede l’estrema sinistra spaventata da una nuova bocciatura del governo sull’Afghanistan; e dunque decisa a confermare il rifinanziamento della missione anche nella votazione del 27 marzo al Senato. Ufficiosamente, dunque, Romano Prodi si prepara ad incassare il «sì» in due tappe del Parlamento: magari con una maggioranza quasi plebiscitaria, che archivierebbe mesi di scontro con l’opposizione. Il centrodestra fatica a votare contro un impegno che tocca il cuore dei rapporti con Nato e USA.

            Qualcuno prevede pressioni britanniche per avere più truppe. Al Consiglio europeo a Bruxelles, Tony Blair ha già fatto sapere che oggi chiederà altri soldati a Germania, Francia e Italia. Ma anche questa richiesta non sembra spaventare il premier italiano. E di certo non modificherà una strategia che non prevede l’aumento del contingente. L’insistenza con la quale il governo avverte che non cadrà anche se la missione sarà confermata col voto del centrodestra, tenta di schivare la polemica.

            Un filo d’allarme, tuttavia, serpeggia nell’Unione. L’antagonismo pacifista registra l’escalation in Afghanistan con preoccupazione: a cominciare dal presidente della Camera, Fausto Bertinotti. E la conclusione è un invito sempre più pressante a preparare il ritiro. Quando i Verdi dicono che occorre superare «il ricatto del decreto», confermano la propria impotenza; e insieme minacciano che il loro possa essere l’ultimo «sì». Il segretario dei ds, Piero Fassino, avverte l’insidia: per questo definisce «strumentale» la richiesta berlusconiana di una crisi.

            L’impressione è che il centrodestra voglia provocare la reazione dell’«antagonismo». Spera nella quasi impossibilità dell’Unione di confermarsi maggioranza sull’Afghanistan a Palazzo Madama. E ricorda l’invito che il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, fece a Prodi rinviandolo alle Camere dopo la crisi: quello di poter contrare sul «sì» di 158 senatori eletti. Per questo, la ex Cdl sostiene che il presidente del Consiglio dovrebbe dimettersi se il provvedimento passerà con i voti decisivi di senatori a vita e opposizione. Per quanto delicato sul piano politico, però, si tratta di un dettaglio senza rilevanza costituzionale.

            Per questo è improbabile che il Quirinale avalli l’ipotesi di una crisi di governo di fronte ad un «sì» bipartisan. Per Napolitano fa testo la fiducia ottenuta da Prodi il 28 febbraio. Se il 27 marzo il decreto sulla missione otterrà i consensi di parte dell’Unione e del centrodestra, si materializzerà l’«ampia convergenza» che il capo dello Stato si è sempre augurato; il resto sarà materia per i partiti. Rimane da vedere l’impatto che avranno gli appelli del pacifismo radicale a votare «no». Non è escluso che per qualcuno, nell’estrema sinistra, un peggioramento in Afghanistan possa giustificare un nuovo scossone del governo.