“Analisi” Lo schermo del dialogo pensando al dopo Prodi

16/03/2007
    venerdì 16 marzo 2007

    Pagina 14 – Politica

      LA NOTA

        Lo schermo del dialogo
        pensando al dopo Prodi

          Si parla di possibilità di intesa sulla legge elettorale
          ma i partiti sono divisi

            di Massimo Franco

              L’ atteggiamento ufficiale è dialogante, e generoso di riconoscimenti per Romano Prodi. Il presidente del Consiglio si autodefinisce «aiutatore» della riforma elettorale: neologismo non proprio elegante, ma ambizioso. E chiunque entri a palazzo Chigi per discutere con lui e col ministro Vannino Chiti, riemerge con commenti positivi. Lascia capire che un’intesa non è impossibile, anzi. Insomma, accredita quasi d’ufficio il ruolo che Prodi è convinto di poter ricoprire. Sembra che tutti siano inclini ad assecondare quella «evoluzione costruttiva delle democrazia» invocata anche ieri da Giorgio Napolitano dopo anni di «conflitto esasperato». Ma l’omaggio formale al capo dello Stato e al suo appello a «cercare soluzioni come la legge elettorale e alcune riforme» della Costituzione, nasconde contrasti radicali e trasversali fra i partiti.

              Il gran parlare di modelli e sistemi, alimenta confusione e inconcludenza. E rende la materia ancora più astrusa e lontana dall’interesse dell’opinione pubblica di quanto già non sia di per sé. Ma soprattutto, la discussione sulla riforma elettorale è sovrastata e segnata da altre scadenze, che danno per scontato il suo fallimento. Il timore riguarda la fine anticipata e traumatica della legislatura; e il referendum che si dovrebbe celebrare nel 2008 in assenza di un accordo. C’è chi lo teme, e chi sotto sotto se lo augura: da entrambe le parti. Nell’Unione il vicepremier Francesco Rutelli e la sinistra ds chiedono che «i ministri dell’Unione» escano dal comitato referendario. Ma l’indiziato principale, Arturo Parisi, titolare della Difesa, risponde che non ci pensa nemmeno. E il leader di An Gianfranco Fini gli dà man forte, sostenendo che se non si riescono a fare «ritocchi», il referendum «non è una sciagura».

              Non basta. L’Udc va da Prodi, e avverte che si opporrà al referendum, d’accordo «con i comunisti». È uno scenario che, analizzato per singoli pezzi, può provocare un forte giramento di testa. Non è verosimile, infatti, che il premier riesca a soddisfare tifosi del sistema maggioritario, del modello tedesco, del referendum e delle riforme costituzionali. In realtà, ognuno finge di essere pago delle assicurazioni prodiane, e prende tempo: proprio come il capo del governo, che attraverso gli incontri di questi giorni punta ad evitare una seconda crisi. Palazzo Chigi si lascia aperte tutte le opzioni. E i partiti inseguono le proprie, cercando di ipotecare il finale. Ma è una corsa in ordine sparso. Le riforme tendono a scomporre gli schieramenti, allargando le crepe già spuntate dopo la caduta del governo.

              L’obiettivo minimo sembra quello di far partire la trattativa, senza indicare né conoscere la soluzione; anzi, non escludendo che alla fine non se ne trovi nessuna e si scivoli verso il referendum. L’unica cosa chiara è che un gruppo di partiti, che va dall’Udc all’Udeur, alla Lega, al Prc e al Pdci, vuole mettere in mora il maggioritario. Ed è pronto a fare le barricate in Parlamento per scongiurare soluzioni che minaccerebbero la sopravvivenza delle forze minori. Di fronte, sono schierati prodiani, vertici dei Ds, FI ed An. Apparentemente, sono decisi a spingere per semplificare i rapporti di forza; per rafforzare il bipolarismo e fermare qualsiasi rigurgito neocentrista. Soprattutto l’Unione ritiene che sia una strada obbligata anche per puntellare il percorso a tappe verso il Partito democratico. Ma nei fatti, le strategie di chi vuole rendere irreversibile il sistema maggioritario, divergono su tempi e obiettivi. Silvio Berlusconi e Fini sembrano d’accordo nel ritenere che Prodi stia «perdendo tempo».

              Il leader di An ironizza sulle settimane che il premier impiegherà per consultare una manciata di partiti. Il sospetto è che il presidente del Consiglio usi la riforma elettorale come proprio salva-vita; e con la segreta speranza di riuscire a dividere il centrodestra: magari cercando di irretire la Lega con il miraggio del federalismo. Per questo, in attesa di essere ricevuta a palazzo Chigi, FI chiede un’intesa rapida, con modifiche minime al sistema attuale. E sembra tentata dal gioco delle elezioni anticipate: seppure per il prossimo anno. Se invece bisogna impostare le riforme istituzionali alle quali allude Napolitano, allora certamente serve tempo; ma anche «un altro governo», avverte il berlusconiano Sandro Bondi: un esecutivo che garantisca tutti. Insomma, si dovrebbero archiviare Prodi e uno scenario caotico che nessuno, oggi, appare in grado di ricomporre. Per questo, l’ambizione di un’intesa fra governo e opposizione è ridotta a pura velleità.