“Analisi” L’inflazione programmata non serve più – di G.Bertola e T.Boeri

25/10/2002

        24 OTTOBRE 2002

        TIP. FA SOLO LITIGARE IMPRENDITORI E SINDACATI .
        DI GIUSEPPE BERTOLA E TITO BOERI
        L’inflazione programmata non serve più

        A che serve ormai il tasso di inflazione programmata (Tip)? Più che altro sembra essere solo un motivo di litigio per imprenditori e sindacati, con il governo costretto fra l’incudine e il martello. Perché allora non abolirlo, e prendere come riferimento nella contrattazione l’andamento di prezzi e salari in Eurolandia? Escono i nuovi dati sull’inflazione, si apre la vertenza per il rinnovo del contratto di tre milioni e mezzo di dipendenti del pubblico impiego, si profila all’orizzonte il contratto dei metalmeccanici, e il Tip torna nell’occhio del ciclone. I sindacati ritengono che non lo si debba fissare all’1,4 per cento quando il costo della vita sta crescendo ad un tasso di un punto percentuale più alto. Gli industriali invece sostengono che, se si concedono aumenti al di sopra del Tip, si scatenerà una nuova spirale salari-prezzi. Chi ha ragione, Confindustria o sindacati? Probabilmente nessuno dei due.

        La posizione degli industriali. Far parte di un’unione monetaria significa non poter determinare il tasso d’inflazione dei prezzi dei beni commerciati: prezzi più alti in Italia comportano perdite di quote di mercato perché non possono più essere compensati da una svalutazione.Quando l’Italia poteva svalutare la lira e la Banca d’Italia teneva sotto controllo l’offerta di moneta, il Tip serviva ad evitare spirali salari-prezzi. Aspettandosi che l’inflazione sarebbe stata alta,i sindacati si sentivano legittimati a richiedere aumenti salariali consistenti, sapendo che questi aumenti avrebbero potuto essere compensati da svalutazioni, che avrebbero poi impedito alle nostre imprese di perdere quote di mercato e occupazione. Così alla fine prezzi e salari salivano in parallelo,penalizzando i più poveri. Tutto ciò accadeva negli anni ’70 e ’80. Dai primi anni ’90 si fa riferimento al Tip nei rinnovi salariali, e ciò è servito a coordinare e spingere verso il basso le aspettative sui tassi di inflazione, coerentemente con l’obiettivo di entrare nell’unione monetaria. Era possibile che i tassi programmati si rivelassero troppo ottimistici e che i salari reali diminuissero. Ciò era doloroso, ma era il prezzo da pagare per diminuire l’inflazione, aumentare l’occupazione e le esportazioni e restare in Europa. Ora le cose sono cambiate.L’entrata nell’euro fa sì che aumenti salariali in eccesso dell’aumento dei prezzi dei prodotti concorrenti (e di eventuali recuperi di produttività nei loro confronti) non siano più eludibili con una svalutazione. Nei settori esposti alla concorrenza, la punizione per i produttori (che siano lavoratori o datori di lavoro) che aumentano troppo i prezzi non è più una politica monetaria restrittiva: è la pura e semplice perdita di quote di mercato e di occupazione. Quindi in settori come il metalmeccanico non ha senso parlare di potenziali spirali salari-prezzi. Diverso il caso dei settori meno esposti alla concorrenza (servizi, commercio, pubblica amministrazione). Qui i prezzi possono aumentare. Ma non sarà il Tip a fermarli. Se il bottegaio all’angolo aumenta i prezzi, l’operaio vedrà ridotto il potere d’acquisto del suo salario, a meno che esista un hard discount aperto un po’ più in là lungo la strada in cui fare la spesa. In assenza di una liberalizzazione delle licenze, il bottegaio non avrà rivali e potrà aumentare il suo reddito reale rispetto a quello dell’operaio.Ma non diminuirà il potere d’acquisto complessivo della moneta, ormai stabilito a livello di area euro.

        La posizione dei sindacati. Non è contrattando salari più alti (vuoi "programmando" tassi d’inflazione più alti, vuoi "recuperando" l’inflazione effettiva) che l’operaio metalmeccanico può riappropriarsi del potere d’acquisto trasferito a bottegai, dipendenti pubblici o quant’altri siano protetti dalla concorrenza. Forse un tempo il salario dei metalmeccanici italiani determinava il costo delle biciclette acquistate dagli altri italiani, compresi i bottegai e i docenti universitari.Adesso,non più.Si possono benissimo comprare le biciclette in Spagna o in Corea. E per i produttori di biciclette italiani aumentare salari e prezzi significa soprattutto distruggere posti di lavoro. Certo, il conflitto distributivo fra i percettori di redditi da capitale e da lavoro esiste ancora, ma è una partita che non si gioca più nei confini nazionali. Per aumentare il reddito dei lavoratori esposti alla concorrenza internazionale occorre ritagliare per loro una fetta più grande del reddito totale (diminuendo le rendite) o aumentare il reddito totale (migliorando l’efficienza e la produttività). Liberalizzare ed esporre alla concorrenza i settori protetti ha l’uno e l’altro effetto. Chi rappresenta anche i lavoratori esposti alla concorrenza, come i metalmeccanici, fa bene a preoccuparsi di riforme strutturali piuttosto che di Tip. E visto che dove la produttività cresce si possono ottenere più forti incrementi salariali senza distruggere posti di lavoro, può anche interessargli che la contrattazione salariale sia in grado di meglio rispecchiare differenze di produttività fra imprese e regioni.Morale della favola. Il Tip serviva quando la svalutazione poteva proteggerci dalla concorrenza. Oggi, con la moneta unica, per proteggerci dovremmo diventare autarchici, come il Nanni Moretti di tanti anni fa.

        da www.lavoce.info