“Analisi” L’inciucio tenta il Pd (Minzolini)

24/04/2007
    martedì 24 aprile 2007

    Pagina 11 – Politica

    Retroscena
    L’ira della sinistra per gli scenari dopo-congressi

      E l’inciucio tenta il Pd

        In un sistema non bipolare, l’asse con Silvio metterebbe fuori gioco i radical

          AUGUSTO MINZOLINI

          Quello che sputa fuori il verde Angelo Bonelli è uno sfogo che potrebbe, però, uscire anche dalla bocca del neo-comunista Oliviero Diliberto, da quella del rifondarolo Giovanni Russo Spena, o chessò, sul versante dei centristi, da quella di Clemente Mastella. «Sulla legge elettorale – spiega uno straripante presidente dei deputati ambientalisti – si sta facendo l’inciucio. L’ultima proposta lanciata da Chiti dimostra che questi non si sono visti con Berlusconi: hanno messo da parte il modello della legge elettorale regionale e ci hanno presentato un misto del modello spagnolo-tedesco che inserisce soglie di sbarramento e non è più bipolare. Il premio, infatti, non viene dato più a chi vince, ma a chi raggiunge il 40% dei voti. Così invece di due poli ne potremmo avere quattro. E se nessuno raggiunge il 40% si fa una bella alleanza Partito democratico-Berlusconi. Non per nulla oggi i forzisti erano contenti». Ed ancora: «Questi il giorno dopo aver fatto il Pd vogliono fare piazza pulita della sinistra massimalista e dimenticarsi del conflitto di interessi e della Gentiloni. Bella riconoscenza per le poltrone che D’Alema e Rutelli hanno avuto grazie a noi. E’ la messa in atto del discorso di Marini che ha massacrato Prodi e ha scritto l’epitaffio sulla tomba dell’Unione. Se vanno avanti costringono a fare la crisi».

          Qualcuno diceva che la politica è come la matematica. Forse non sarà esatta allo stesso modo, i calcoli saranno più complessi ma alla fine puntualmente anche in politica i conti tornano. E lo stato confusionale in cui versava la politica italiana in questa settimana era solo apparente. Certo è successo l’inverosimile. Silvio Berlusconi in tre giorni ha detto tutto e il suo contrario: ha fatto le larghe intese su Telecom, le ha riproposte per il governo del paese, ha celebrato l’elogio del proporzionale e alla fine si è rimangiato tutto. E Giorgio La Malfa che sabato scorso si è complimentato con lui per le prime dichiarazioni si è sentito rispondere: «Ma a quali dichiarazioni ti riferisci visto che ne ho fatte tante?». «Il Cavaliere – chiosa l’azzurro Angelo Sanza – sta usando la tattica di Coppa America: segue il vento».

          Appunto, il “vento” a quanto pare sta cambiando visto che, con una cronologia perfetta, esattamente 24 ore dopo l’ultima uscita di Berlusconi, Franco Marini, uno degli uomini forti del nuovo partito Democratico, ha sentenziato al congresso della Margherita: «Queste coalizioni non sono eterne». Un “avviso” alla sinistra massimalista che è la conferma di un sospetto: il partito Democratico rischia di essere un elemento di destabilizzazione del governo Prodi. Motivo? Perché ci sono sei candidati, e forse anche di più, in corsa per la leadership del nuovo soggetto. Perché il Professore pronunciando quell’addio prematuro fissato per la fine di questa legislatura, di fatto, ha autorizzato tutti nel centro-sinistra a guardarsi attorno e a cercare nuovi protettori.

          E, soprattutto, perché l’unica immagine concreta di un partito tutto da costruire come il Pd, è un governo che non funziona e che non è popolare. E che, diciamola tutta, alla fine potrebbe diventare un peso troppo pesante per le spalle del nascituro. Se ne è accorto anche il Professore che per esorcizzare le paure da una parte ha fatto una relazione in positivo tra Pd e il suo gabinetto: «Sono 12 anni che voglio il partito Democratico: quindi non credo che possa danneggiare il governo». Ma dall’altra, almeno in privato, ha addrizzato le orecchie annusando il pericolo: «Il ragionamento di Marini non l’ho capito e non mi è piaciuto».

          La verità è che la politica italiana è arrivata ad un «bivio». A sinistra come a destra tutti tentano di immaginarsi un futuro. Ognuno dei protagonisti deve decidere una politica che mette in discussione non solo legge elettorale e alleanze, ma addirittura è una scelta di sistema: «C’è il bipolarismo – spiega l’ex-direttore dell’Unità Giuseppe Caldarola – ma anche c’è anche chi, invece, insegue una riedizione del “pentapartito” corretta e aggiornata, con due centri che sono in competizione tra loro come Pd e Berlusconi, ma che possono anche allearsi. Sono schemi che si portano dietro eventuali leadership: il bipolarismo a sinistra ti porta a Veltroni e, magari, in futuro, se l’Unione si impone alle elezioni, all’ascesa di Prodi al Quirinale; al contrario l’altra ipotesi rimette tutto in discussione e offre chances a D’Alema, più abile nel gioco politico». Non per nulla nel Pd i più schierati contro ogni ipotesi proporzionale sono proprio i veltroniani. «Il partito – ha rimarcato in questi giorni lo stesso sindaco di Roma – può dire quello che vuole, ma noi difenderemo il maggioritario a costo di sposare attivamente il referendum».

          Sull’altro versante le congetture sono più o meno le stesse. Casini non esiste più. Con l’operazione mediatica ai congressi di Ds e Margherita il Cavaliere ha occupato il suo spazio e si è impossessato della sua politica. La via maestra resta quella della federazione del centro-destra e, in prospettiva, del partito unico. Ma se i partner non ci stanno Berlusconi è pronto a tirare fuori l’alternativa, quella che ha prospettato in questi giorni: «C’è una riflessione da fare – ha spiegato ieri – : il sistema tedesco avvantaggerebbe Forza che con il suo 25% alle ultime elezioni e il 33% che gli viene attribuito dai sondaggi, è il primo partito italiano che i francesi definirebbero “incontournable”, cioè non aggirabile». Che significa? Semplice: se Casini continuerà ad essere indisponibile alla federazione, se Bossi resterà geloso della sua autonomia e se Fini continuerà a fare le bizze, il Cavaliere si metterà in proprio. «Mica possiamo aspettare all’infinito gli altri – osserva uno degli strateghi del marketing politico di Forza Italia, Mario Valducci -. Casini e Bossi non vogliono aderire? Bene, noi attrezziamo Forza Italia, vediamo se Fini vuole confluire e dialoghiamo con il Pd». «Dobbiamo ragionare – osserva il coordinatore nazionale, Sandro Bondi – se ci conviene fare una federazione senza l’Udc. C’è il rischio di lasciare troppo spazio a Casini».

          Un pericolo che il Cavaliere non vuole più correre. «I miei alleati – si è sfogato – debbono mettersi in testa che io sono l’unico che può fare due politiche. Se ci stanno bene, io sono per il bipolarismo, ma se non ci stanno io ho un futuro anche in un sistema non bipolare visto che il “centro” di questo Paese per numeri e per natura lo rappresenta Forza Italia. Siamo noi i rappresentanti dell’elettorato che fu della Dc e dei suoi alleati. E non mi dispiacerebbe neppure: sarei acclamato come al congresso Ds; non avrei più contro metà del Paese; e nell’altro sistema potrei avere interlocutori più affidabili sull’altro versante».