“Analisi” L’eterna lotta alle rendite (G.Berta)

08/01/2007
    lunedì 8 gennaio 2007

    Pagina 29 – Lettere e Commenti

    L’eterna lotta alle rendite

      Giuseppe Berta

        «Abbiamo rallentato la capacità di produrre e troppi si aggrappano alla rendita», ha lamentato ieri Tommaso Padoa-Schioppa nella sua lunga lettera al Corriere. L’Italia rischia di essere soffocata dalle rendite di posizione. Il ministro dell’Economia invita quindi a farla finita col coacervo di interessi parassitari incombente sulla parte sana e dinamica del Paese. Non è nuova, nel discorso civile dell’Italia repubblicana, quest’esortazione a misurarsi coraggiosamente con l’arcipelago oscuro e vasto delle rendite che si annidano in numerosissime pieghe del nostro sistema economico. Ci aveva provato nel novembre 1972 il presidente della Fiat Giovanni Agnelli a lanciare un vigorosa campagna contro le rendite che tarpavano le ali allo sviluppo italiano.

        Intervistato da Eugenio Scalfari, Agnelli aveva descritto un’Italia frenata dalle rendite, che remuneravano i «gruppi sociali improduttivi». E aveva aggiunto: «La mia impressione è che in Italia oggi l’area delle rendite improduttive, parassitarie, si sia estesa in modo patologico». Esisteva un’Italia industriale che aveva moltiplicato la produttività e un’Italia «arcaica e precapitalistica», che decurtava il salario reale e induceva i sindacati a premere sulle imprese. Il comparto della distribuzione, le infrastrutture, la pubblica amministrazione erano additati come i settori in cui allignava la rendita, facendo crollare il profitto, «stretto nella tenaglia tra l’inefficienza parassitaria e il salario non comprimibile». Di qui l’accusa di «lentocrazia» rivolta contro la classe politica. A questo punto, aveva concluso l’Avvocato, non restavano che «due sole prospettive: o uno scontro frontale per abbassare i salari o una serie d’iniziative coraggiose e di rottura per eliminare i fenomeni più intollerabili di spreco e d’inefficienza. È inutile dire che questa è la nostra scelta. Ma è una scelta che comporta un colloquio franco con altri interlocutori, cioè la classe politica, il sindacato, la cultura».

        L’intervista suscitò ampio clamore. Da molti fu presa come il segno del nuovo corso della Fiat dopo Valletta e anche a sinistra – la sinistra di quel tempo, assai povera di umori liberali – ci fu chi la salutò positivamente. Ad altri parve che la sortita di Agnelli fosse un modo per deviare la conflittualità sindacale fuori dai confini dell’impresa. Provocò malumori soprattutto nel ventre molle dello schieramento centrista, che mal sopportava di essere attaccato per un certo lassismo nel metodo di governo. Nacque allora l’idea del «patto dei produttori», un’altra delle formule eternamente risorgenti del confronto politico. Era forse l’ultima stagione per la grande impresa privata del Nord di farsi promotrice di una visione generale della modernizzazione. Una stagione che si sarebbe chiusa proprio con la presidenza dell’Avvocato in Confindustria, nel biennio 1974-‘76, quella passata alla storia per la firma dell’accordo sul punto unico di contingenza.

        Se si mettono a confronto le parole di Padoa-Schioppa con quelle pronunciate 35 anni fa dall’Avvocato, si misura di colpo tutta la distanza che separa due epoche. Il discorso di Agnelli era modellato sulle categorie dell’economia politica classica: salario, profitto, rendita identificavano immediatamente delle classi o dei grandi aggregati sociali. Nel mirino di Padoa-Schioppa la rendita non identifica tanto dei gruppi sociali precisi quanto dei comportamenti giudicati devianti rispetto all’esigenza di creare sviluppo. Lo ammette anche lo stesso ministro quando scrive che la differenza «tra produzione e rendita talvolta ci sfugge». Per battere le rendite odierne si ipotizza così la terapia di un bagno generale nella concorrenza, che imponga a tutti i soggetti di affrontare le medesime condizioni. Sarebbe bene, tuttavia, non dimenticare che l’Avvocato si era domandato se la sua proposta avrebbe trovato degli «interlocutori pronti». La risposta, come sappiamo, sarebbe stata elusiva, dal momento che siamo ancora qui a parlare del peso delle rendite. Un sistema politico come il nostro e governi di coalizione compositi e spesso lacerati come quelli italiani finiscono per generare un gioco di mediazioni che moltiplica quelle zone di ambiguità e di opacità che formano il terreno di coltura in cui si annidano le rendite.