“Analisi” Le foglie secche del Pd (I.Diamanti)

26/03/2007
    domenica 25 marzo 2007

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      Partito unico tra sogno e delusione e vince la logica delle fazioni

        Le foglie secche del Partito democratico

          Ilvo Diamanti

            Il viale che conduce verso il Partito Democratico (PD), in questa stagione, è coperto di foglie ingiallite. Secche. Come fossimo in autunno e non in primavera. Sul viale del tramonto invece che all´alba di una nuova era. Chi rammenta il tempo dell´Ulivo e delle "mitiche" primarie rischia di affogare nello spleen. D´altronde, gli inventori e i portabandiera del progetto, oggi, hanno altro a cui pensare. Romano Prodi, Arturo Parisi. Alle prese con i problemi seri che assillano non solo la maggioranza, ma, prima ancora, il governo.

            Al Senato, dove ogni voto è una scommessa. In politica estera, che vede il Paese in conflitto con gli USA, deprecato dagli europei. Isolato. Perfino Vallettopoli. Prima il governo, poi la politica. Per cui il Partito Democratico diventa una questione di secondo ordine. Anche se è nell´agenda dei due "azionisti" di riferimento. I Ds e la Margherita. Alla vigilia dei congressi che dovrebbero sancire la prossima confluenza nel "Partito Democratico". Non più condominio, ma "casa comune". Un viatico senza gioia e senza festa. Come mostra il sondaggio condotto da Demos-Eurisko, nelle scorse settimane. Il sostegno al Partito Unico è progressivamente sceso, fra gli elettori di centrosinistra. Dal 77% nel luglio 2004, al 67% del luglio 2006, fino al 60% scarso di oggi. Una maggioranza robusta. Ma sempre meno "maggioritaria". Tanto che oggi appaiono più "unitari" (seppur di poco) perfino gli elettori di centrodestra. Reduci da una campagna elettorale nel corso della quale hanno sperimentato il "Partito Unico"; la Casa guidata e governata da un solo padrone. Inoltre, solo una parte significativa, ma limitata, degli elettori di centrosinistra pensa che la costruzione del PD costituisca un progetto urgente. Una priorità. Il 20%: esattamente come un anno fa.

            E´ un segno di declino? Ne dubitiamo. Semmai di delusione. Perché ciò che sta emergendo appare diverso e distante dalle attese originarie. Dal sogno condiviso da molti elettori. Per fortuna, potremmo dire. Visto che i sogni, quando si materializzano, quando vengono riprodotti nella realtà, spesso generano mostri. Tuttavia, il viale che conduce al PD non riesce a suscitare neppure un´illusione. Altro che sogni… Il Partito Democratico sta crescendo integralmente dentro i gruppi dirigenti dei Ds e della Margherita. Animati, alcuni, anzi, molti di essi, da buone intenzioni. Cui, però, non sono seguite le buone azioni. Visto che la discussione ha proceduto interna agli apparati, secondo i rituali e le logiche dei partiti di una volta. Non manca nulla, in questa vigilia congressuale. Correnti e frazioni a condurre il confronto, sempre più aspro. Le polemiche sul tesseramento gonfiato ad arte. Gli iscritti talora superiori ai voti. Le minacce di scissione, che inquietano i Ds. I riformisti e la sinistra preannunciano la volontà di andarsene, in caso il partito approdasse nel PD. Gli uni in nome della socialdemocrazia, gli altri del socialismo. Mentre nella Margherita fanno sentire il loro peso e la loro voce (ma soprattutto le loro tessere) i Popolari. Gli ex democristiani. Che sfidano non solo i partigiani dell´Ulivo, guidati da Parisi (una minoranza ridotta, nel partito). Ma anche il ruolo di Francesco Rutelli. Il leader. Il baricentro. Ciò che manca (soprattutto nella Margherita) è il confronto sulle idee. Sul progetto.

            Il Partito Democratico che verrà – se verrà – rischia di nascere dal compromesso fra i resti di questi due partiti. Dall´accordo fra i gruppi che prevarranno, al loro interno. Dall´intesa con quelli che decideranno di restare. Un cartello di correnti, fazioni, leader. Nessuno dei quali disponibile a "perdere l´identità". La visibilità. Questo rischia di diventare il PD. Un partito nato non per passione, ma per pigrizia. Perché, arrivati a questo punto, non è possibile fare altrimenti. Non si può più tornare indietro. Anche se non è chiaro dove conduca questo percorso. Cosa ci sia in fondo al viale.

            D´altronde, il progetto del PD è nato parallelamente alla riforma del sistema partitico e istituzionale. Un "partito nuovo", concepito in funzione di una "nuova Repubblica". Il nome stesso evoca l´esempio americano. I partigiani del PD, infatti, immaginavano e immaginano un modello presidenzialista o, comunque, fondato su un premier forte; insieme a un Parlamento espresso attraverso un sistema maggioritario e bipolare. Meglio se bipartitico. Come suggerisce il progetto organizzativo presentato da Salvatore Vassallo al seminario di Orvieto. Consigliato da Arturo Parisi. Loro, per primi, "referendari". Non solo perché il referendum costituisce l´unico metodo di pressione efficace, per cambiare questo indecoroso sistema elettorale. Ma perché il referendum, in sé, spinge al bipolarismo. Anzi, in direzione bipartitica. Di qua o di là. Senza mediazioni. Magari non permette di fare buone leggi, però, se e quando riesce a captare l´umore popolare e a mobilitare gli elettori, può produrre effetti devastanti – e comunque destrutturanti – sugli assetti e sugli attori politici. Soprattutto sui partiti. Com´è avvenuto dopo il 1991. Non pare questo il disegno che, oggi, anima l´incontro fra Margherita e Ds. Non solo perché risulta sinceramente difficile scorgere un "disegno", nel percorso che conduce al PD. Ma perché le proposte di riforma elettorale sostenute dai Popolari, da Rutelli, ma anche da figure autorevoli dei Ds (D´Alema), richiamano principalmente il "modello tedesco". Un proporzionale con sbarramento, senza premio di maggioranza. Lo stesso Prodi, d´altronde, ha dato il suo assenso a questa ipotesi. Facendone la base del confronto con le forze politiche di opposizione. Ma il modello tedesco, inutile girarci intorno, è in contrasto con il disegno originario del Partito Democratico: maggioritario e, tendenzialmente, presidenzialista. Ne rivela, invece, una diversa concezione. Suggerisce, cioè, l´intenzione di dar vita a un partito orientato alla competizione proporzionale. Una forza politica di taglia media; sicuramente meno forte dei Socialdemocratici o dei Popolari tedeschi. Ma in grado di crescere, in futuro, e di affermarsi. Alleandosi, magari integrandosi con le altre formazioni di centro. L´Udeur, la Lista Di Pietro e, forse, anche l´Udc. Insomma, un Partito Democratico di centro-sinistra. Più di centro che di sinistra. Leva di una meccanica proporzionale. Simmetrico e alternativo al Partito Forzaleghista. Dove la Lega agirebbe da soggetto regionalista. Mentre AN assumerebbe un ruolo di rincalzo e di complemento; come la Sinistra radicale, sull´altro versante. Spinti ai margini della competizione elettorale e del sistema partitico.

            Uno scenario che riproporrebbe il bipartitismo della Prima Repubblica. Questa volta meno "imperfetto" di allora. Aperto all´alternanza. (Ma non è detto).

            Per queste ragioni, la prospettiva unitaria e il PD, oggi, non entusiasmano gli elettori di centrosinistra. Non è ciò che avevano sperato nell´autunno 2005, quando si erano recati, in massa, a votare alle primarie. Un partito americano, maggioritario e presidenzialista, che rischia di trasformarsi, strada facendo, in un partito alla tedesca, piegato alla logica proporzionale. Senza averne i requisiti, la vocazione. Da ciò i dubbi. Vale la pena di rinunciare a dirsi socialisti, comunisti e democristiani per confluire in un partito "nuovo", che sorge seguendo logiche "vecchie"? Dal compromesso di vertice fra leader, partiti e correnti? E perché questo partito-collage, dai riferimenti culturali incerti, dovrebbe "funzionare", in una competizione proporzionale, dove è importante offrire un´identità specifica e riconoscibile?