“Analisi” In Italia, esaurita un’intera classe imprenditoriale (M.Deaglio)

14/03/2007
    mercoledì 14 marzo 2007

    Pagina 26 – Economia

    Analisi
    In Italia si è esaurita un’intera classe imprenditoriale

      Il sistema del credito
      aiuti i nuovi Bill Gates

      Mario Deaglio

      TORINO
      I nostri gruppi industriali e finanziari non sono in grado di raccogliere una sfida di questa portata». Queste parole di Pierluigi Bersani, ministro per lo Sviluppo economico, a commento della possibile cessione del 18% di Telecom Italia e dell’Opa lanciata dalla svizzera Swisscom su Fastweb non sono certo leggere; e probabilmente non sono sbagliate.

      Riemerge chiaramente in questi nuovi episodi la difficoltà italiana a esprimere progetti industriali di largo respiro e sufficientemente finanziati al di là dei settori tradizionali della meccanica e del «made in Italy». Proprio per questo, la storia industriale italiana negli ultimi vent’anni è una storia infinita di vendite. A partire dagli Anni Ottanta siamo usciti dall’industria farmaceutica avanzata e dalla grande chimica; a Ivrea lo stabilimento Olivetti, un tempo il più avanzato d’Italia, è stato trasformato in call-center, simbolo fisico di un degrado industriale che ha di fatto cancellato quasi tutta l’elettronica italiana che trent’anni fa era la prima d’Europa; abbiamo ceduto grandi catene alberghiere e grandi linee di navigazione turistica, parte della siderurgia e parte dell’editoria specialistica e l’elenco potrebbe continuare a lungo.

      In cambio, non abbiamo acquisito all’estero quasi nulla al di fuori dei nostri tradizionali settori di forza, che però contano sempre meno sullo scacchiere mondiale. L’Italia è fuori dalle attività veramente innovative legate all’informatica e spesso confonde l’«inventiva» di cui è ricca con l’«innovazione industriale» che richiede ben altro che l’estro di un imprenditore. Siamo concentrati nei settori sbagliati e poco dinamici e quasi assenti dai settori giusti in rapido progresso. Per questo, paradossalmente la produttività italiana rimane quasi ferma a livello di Paese mentre l’industria italiana rimane ragionevolmente competitiva a livello di settore. Possiamo vantare splendide nicchie produttive e dimentichiamo così che il sistema Italia perde vistosamente terreno, nel giro di 2-3 anni, e che, già fortemente staccato dalla Gran Bretagna e da Paesi europei importanti come Francia e Germania, sarà superato – in termini di prodotto lordo per abitante – da una Spagna dalle imprese grandi e aggressive.

      Non deve quindi sorprendere che imprese importanti nei residui settori moderni della nostra economia, come le telecomunicazioni, siano in vendita e che ci sia difficoltà a trovare compratori italiani; che sia così difficile il risanamento dell’Alitalia; o che sia assai arduo impostare un discorso di strategia economica alla Rai, altra impresa per la quale passa una parte considerevole della modernità del Paese.

      Legato a una cultura che non ama il rischio, immerso in un sistema dalle istituzioni non solo poco efficienti ma spesso anche ostili delle imprese, il mondo imprenditoriale italiano stenta ad affrontare sfide che all’estero si affrontano molto meglio. La stessa insistenza dei mezzi di informazione sulle virtù del piccolo può rivelarsi controproducente se fa dimenticare i problemi dei grandi.

      Gli imprenditori italiani dovrebbero sia curare le manchevolezze che li coinvolgono, rivedendo in chiave moderna due elementi dell’imprenditorialità quali il gusto del rischio e lo spirito di iniziativa, sia esigere dal sistema finanziario risorse e strumenti per far crescere sistemi complessi di grandi dimensioni a livello europeo e mondiale. Qualsiasi discorso di rinnovamento delle imprese, chiama, infatti, in causa anche le banche: in un raro sviluppo positivo degli ultimi mesi, sono sorti in Italia tre gruppi bancari, sufficientemente grandi e sufficientemente radicati sul territorio per poter svolgere un’azione essenziale per la crescita del Paese.

      Per il sistema bancario e finanziario italiano si tratta di imitare ciò che il sistema americano ha fatto con giovanotti senza soldi come Bill Gates e Steve Jobs che hanno dato origine ai noti colossi mondiali di Internet e dell’informatica: riconoscere le capacità, fornire le risorse adeguate per quantità e qualità, anche in assenza di garanzie bancarie di famiglia, accompagnare le nuove imprese nella crescita verso il mercato globale. Se fossero nati e cresciuti in Italia, Gates e Jobs ora probabilmente sarebbero impiegati pubblici di medio livello e non avrebbero creato centinaia di migliaia di posti di lavoro e dato una nuova prospettiva allo sviluppo del loro Paese.

      Per usare ancora una volta le parole del ministro Bersani, tutti dovrebbero «prendersi qualche responsabilità in più». Il ministro tuttavia sbaglia in maniera clamorosa quando si rammarica che in Italia non esistano ancora i fondi pensione che facciano da «punti di stabilità strategici», ossia che acquistino le azioni che i privati non vogliono acquistare. Anche i ministri dovrebbero prendersi la responsabilità di non cercare soluzioni troppo facili; se questo fosse il compito dei fondi pensione ci sarebbe da temere non solo per il sistema industriale italiano ma anche per le pensioni degli italiani.