“Analisi” Il vero problema sono i salari (Galapagos)

03/07/2007
    martedì 3 luglio 2007

    La Pagina 3 – Pensioni

      Il vero problema sono i salari

        Al netto della spesa per
        l’assistenza, nel 2006
        i pensionati hanno versato
        nelle casse dell’erario un
        surplus di 7,3 miliardi:
        abbastanza per abolire lo
        scalone, e non solo.
        Il nodo urgente restano
        i salari e il peggioramento
        nella distribuzione dei redditi

          Galapagos

          L’11 gennaio l’Istat ha pubblicato la tradizionale ricerca annuale su «I beneficiari delle prestazioni pensionistiche». C’è un dato che colpisce, ma al quale i media non hanno dato nessun risalto: la percentuale dei pensionati rispetto agli occupati negli ultimi cinque anni è diminuita di tre punti scendendo a 71 pensionati, ogni 100 lavoratori attivi, una percentuale non molto dissimile rispetto a quella di altri paesi industrializzati. Certo, il problema dell’invecchiamento della popolazione rimane – per fortuna – un «problema», ma il dato sulla diminuzione del rapporto pensionati/occupati suggerisce che può essere risolto anche senza scaloni e scalini. Sicuramente non è «falso», ma la soluzione può essere trovata abbastanza facilmente.

          Il problema «vero» è che in Italia non sono troppi i pensionati, ma sono pochi i lavoratori attivi e ancora di meno gli occupati. Basterebbe innalzare il denominatore del rapporto (gli occupati) per trovare una soluzione efficace. Confrontando i dati italiani con quelli degli altri paesi emerge che da noi il tasso di occupazione è salito (nella media del 2006)al 58,4%, contro una media del 67,5% degli altri paesi. Basterebbe far salire il tasso di occupazione (e il tasso di attività) e il problema pensioni troverebbe una soluzione semplice-semplice. E se aggiungiamo l’evasione contributiva (che colpisce l’erario e i futuri pensionati) sarebbe ancora più semplice raggiungere l’equilibrio dei conti pensionistici.

          Ma c’è di più: da anni la stessa Inps chiede di fare chiarezza sui conti pensionistici. In pratica, sulla spesa previdenziale viene caricata anche spesa che previdenziale non è. Si tratta della spesa assistenziale, che in tutti i paesi del mondo non è a carico dei versamenti contributivi dei datori di lavoro e dei lavoratori, ma – come più giusto – della fiscalità generale. Alcuni giorni fa – il 27 giugno – il Dipartimento di economia pubblica dell’Università la Sapienza di Roma ha presentato il tradizionale rapporto sullo stato sociale. Quello che emerge è quanto meno «sorprendente»: al netto della spesa per assistenza e delle imposte pagate da pensionati, il saldo nel 2006 è stato attivo per quasi 7,3 miliardi di euro. Quindi, di risorse per abolire lo scalone (senza introdurre scalini) ce ne sarebbero in abbondanza. E il 2006 non è stato affatto un anno speciale: solo negli ultimi 6 anni, infatti, il sistema previdenziale ha «pagato» al bilancio dello stato una «tangente» di quasi 42,5 miliardi. Come dire, un paio di finanziarie molto pesanti.

          Basterebbero questi dati per comprendere perché i sindacati si oppongono alla ennesima riforma del sistema pensionistico. Ma c’è anche molto altro. Per comprendere il perché di questo «arrocco» occorre considerare l’evoluzione della distribuzione dei redditi in particolare negli ultimi anni, gli anni di Berlusconi, tanto per intenderci. E per farlo possiamo leggere alcuni dati della insospettabile Banca d’Italia, che ogni due anni diffonde una ricerca sulla ricchezza e il risparmio degli italiani. L’indagine è stata condotta nel 2005 (tra un mese dovremmo avere la nuova) e si riferisce al 2004.

          C’è un dato che emerge su tutti: tra il 2002 e il 2006 il reddito familiare è cresciuto in termini reali del 2,0%. Pochino ovviamente, vista l’incapacità del duo Berlusconi-Tremonti di dare impulso allo sviluppo. Ma quel che è peggio è che la crescita del reddito è stata fortemente asimmetrica, peggiorando ulteriormente la distribuzione del reddito. E questo perché nei nuclei dove il capofamiglia era lavoratore autonomo il reddito in termini reali è cresciuto dell’11,7%; mentre in quelle dove il capofamiglia era lavoratore dipendente il reddito non è cresciuto affatto. Anzi in termini reali «segna una diminuzione del 2,1 per cento».

          La crescita della «forbice» tra ricchi e poveri, sempre utilizzando la ricerca Bankitalia, è in questi dati: il 10% della popolazione in fondo alla scala sociale ha percepito nel 2004 appena «il 2,6% del totale dei redditi prodotti, mentre il 10% di famiglie con redditi più elevati percepisce il 26,7% del totale». Insomma, un rapporto di 1 a 10. Confermato dall’indagine Istat del 2007 secondo la quale al 20% della popolazione povera ha una fetta di reddito di appena il 7,8% del totale. Senza contare che il reddito da solo non è esaustivo nel valutare la forbice nella distribuzione, che peggiora nettamente quando si considera anche la ricchezza, le proprietà immobiliari e lo stock di attività finanziarie possedute.

          Che nel corso degli anni sia peggiorata la distribuzione del reddito è confermato da altri dati. Le informazioni più importanti ci arrivano dall’inchiesta annuale condotta dall’Ufficio studi di Mediobanca che analizza i bilanci del «cuore» del sistema imprenditoriale italiano. Cioè le grandi imprese, nelle quali si concentra l’elite della classe operaia (ma non solo) italiana.

          Dall’ultima indagine (del 2006) che analizzava i dati cumulati di 2.010 società italiane emerge che, storicamente, mentre nel 1974 al lavoro andava il 70% della ricchezza prodotta, la quota nel 1996 era scesa al 53% e nel 2005 era sprofondata al 48%. Nello stesso arco di tempo (’74-2005) la quota dei profitti è balzata dal 2 al 16%. Che il sistema imprenditoriale goda di buona salute (nonostante i lamenti quotidiani) è dimostrato dalla spesa per il pagamento degli oneri finanziari, scesa dal 18% del ’74 al 10% del 2005, a dimostrazione che le imprese fanno utili in abbondanza riducendo progressivamente l’indebitamento. Il tutto avendo a disposizione risorse abbondanti utilizzate per autofinanziare gli investimenti.

          Negli anni più recenti la situazione dei lavoratori dipendenti è nettamente peggiorata e i livelli salariali rimangono estremamente bassi. Una ricerca abbastanza recente dell’Ires-Cgil ci fa sapere che il 68,6% dei lavoratori e delle lavoratrici non arriva a 1.300 euro al mese e solo il 16% supera i 1.500 euro. Quello che colpisce è che il 35% (per le donne si tocca il 48,9%) non arriva a 1.000 euro al mese e la media scende a 788 euro mensili per i giovani con meno di 24 anni. Queste cifre da sole spiegano perché i sindacati e ancora di più i lavoratori pretendano dal governo l’abolizione dello scalone senza altre condizioni. Anzi ci sarebbe molto altro da chiedere. A cominciare da un sistema di ammortizzatori sociali non umiliante come l’attuale e l’abolizione, o la fortissima riduzione, di tutte le forme di lavoro atipico che non garantiscono ai lavoratori un futuro dignitoso.