“Analisi” Il premier prova a smarcarsi (M.Franco)

12/03/2007
    lunedì 12 marzo 2007

      Pagina 3 – Primo Piano

        LA NOTA

          Il premier prova a smarcarsi
          per evitare il logoramento

            L’esigenza di
            non scaricare
            un fallimento
            della trattativa
            sul governo

              di Massimo Franco

                D ietro il «basta» di Romano Prodi sulle leggi elettorali approvate a maggioranza si intravedono insieme senso di responsabilità, frustrazione e calcolo. Il senso di responsabilità è quello di un presidente del Consiglio e di una maggioranza che si sentono vittime del colpo di mano della fine del 2005: l’attuale riforma elettorale voluta e votata contro il centrosinistra dalla maggioranza berlusconiana. Una legge tagliata su misura, ha sempre sostenuto l’Unione, per rendere quasi impossibile la stabilità di un governo dato già allora per probabile vincente.

                La frustrazione nasce dalla sensazione che la riforma della quale palazzo Chigi tenta di assumere la regìa, sta mostrando contorni politici quasi proibitivi. Le resistenze e le divergenze che riguardano i due schieramenti al loro interno, lasciano prevedere un risultato minimo: se non il nulla di fatto e lo scivolamento inesorabile verso il referendum. Così, quando Prodi afferma, come ha fatto ieri, che o ci sarà una legge «condivisa, o niente», tenta di sottrarsi ad un logoramento del quale già si colgono le avvisaglie.

                Non solo. Il suo «basta», ripetuto tre volte, a «riforme elettorali della maggioranza a danno della minoranza», è insieme una bussola nelle trattative; ed una sorta di ammonimento sia all’Unione, sia al centrodestra. Il premier esprime una preoccupazione di sistema, alla quale ha dato voce nei mesi scorsi il Quirinale. Ma ad essere maliziosi, lo smarcamento gli permette anche di ridisegnare il profilo di uomo-simbolo dell’Unione, in un momento in cui i magri numeri parlamentari lo obbligano a vestire panni più ecumenici.

                In realtà, e qui forse affiora anche il calcolo, per come si sono modellati gli equilibri del potere nel Parlamento italiano, concetti come maggioranza e opposizione sono alquanto approssimativi. È certo che l’Unione gode di un numero di seggi a prova di agguato alla Camera dei deputati. Ma è altrettanto palese l’esistenza di una maggioranza intermittente al Senato. Lo si è visto sull’Afghanistan. Potrebbe verificarsi ancora sulle unioni di fatto, i cosiddetti Dico; e, a maggior ragione, sulla riforma elettorale.

                Si tratta infatti di un tema che tocca non solo valori e appartenenze, ma la sopravvivenza di alcune forze politiche. O comunque, così lo percepiscono alcuni partiti, sia dell’Unione che della Cdl. Prodi, dunque, sembra mettere le mani avanti perché sa quanto possa essere lacerante per un governo già barcollante una trattativa destinata a moltiplicare i sospetti di accordi sulla testa dei partiti minori: quelli che si sentono minacciati da una rivincita del maggioritario. E temono di essere costretti a dire di sì per evitare il referendum. Ma la prospettiva rischia di essere quella, e poi il voto. Dopo la crisi di febbraio, Prodi è il primo ad averlo messo comunque nel conto.