“Analisi” Il ministro prepara le barricate (S.Rizzo)

03/01/2007
    mercoledì 3 gennaio 2007

    Pagina 7 – Primo Piano

    IL RETROSCENA

      Il ministro prepara già le barricate:
      niente sconti, il 2007 è un altro film

      LE TASSE
      Il Tesoro
      non ha fretta
      sul taglio
      delle aliquote
      LE RICHIESTE
      C’è chi vuole
      abolire del tutto
      lo scalone

        Sergio Rizzo

          Chissà quante volte lo hanno sentito pronunciare questa frase: «Guardate che il 2007 è un film completamente diverso». E quante volte i collaboratori del ministro dell’Economia hanno colto nel suo volto una smorfia quando il leader politico di turno, facendosi sopraffare dall’entusiasmo per l’insperata crescita del gettito, prevedeva tagli delle tasse sempre più imminenti. Due anni, per Piero Fassino. Forse uno soltanto, secondo Francesco Rutelli. A un certo punto sembrava scoppiata una specie di gara, nel centrosinistra, fra chi mostrava le forbici più grosse. Perfino il viceministro dell’Economia Vincenzo Visco un giorno proclamò: «Taglieremo le tasse appena possibile». Che questo fosse o meno l’effetto collaterale dei sondaggi che dopo la Finanziaria avevano denunciato un crollo dei consensi per l’Unione, una cosa è certa: da quei sondaggi Tommaso Padoa-Schioppa non se ne dev’essere mai sentito troppo condizionato. Diversamente non avrebbe forse usato tanta prudenza nelle sue, di previsioni, che non hanno mai parlato di meno di tre anni per ridurre di nuovo le imposte. Senza nemmeno curarsi troppo delle sollecitazioni pubbliche del governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, che ha chiesto di restituire «rapidamente» ai contribuenti onesti il ricavato della lotta all’evasione fiscale.

          «Il problema dell’Italia è la crescita», ha sempre sostenuto il ministro dell’Economia, aggiungendo che «la crescita si misura sugli anni, e non sui trimestri». Perciò in Italia non si potrà parlare di crescita stabile e duratura se il tasso di sviluppo non si manterrà ben più sostenuto di quello attuale per l’intera legislatura. Soltanto a quel punto «il paziente», che per ora Padoa- Schioppa, come ha detto in Parlamento, «considera appena uscito dalla terapia intensiva», potrà considerarsi guarito. E questo è quanto.

          Ma la guarigione completa, secondo il ministro, non potrà che essere anche il risultato di una cura dolorosa. «Perché la crescita sia duratura», continua a dire ai suoi colleghi, «la spesa pubblica dev’essere messa sotto controllo». Ed è per questo motivo che il suo primo messaggio del nuovo anno ha gelato gli entusiasmi di chi aveva già fatto molti piani sul boom delle entrate fiscali. Per esempio quanti, nella sinistra radicale, pensano che il maggior gettito possa compensare il costo dell’abolizione tout court dello scalone previdenziale. O quanti, come il ministro del Lavoro Cesare Damiano, credono che i denari in più possano essere magari impiegati per ammorbidire il sindacato nella trattativa su pensioni o ammortizzatori sociali. Oppure chi, per esempio fra i Verdi, già progetta investimenti nel campo ambientale.

          Padoa-Schioppa sa di avere la fila di questuanti fuori della porta. Lo sa da prima della Finanziaria, ed è per questo che ha sempre cercato di spegnere i facili entusiasmi. Per questo la stima delle entrate fiscali è stata fin dall’inizio molto prudente, ed è aumentata molto gradualmente. Li conosce, i questuanti, uno per uno, per averli già affrontati, senza essere purtroppo riuscito a respingerli tutte le volte che avrebbe voluto, in occasione della sua prima Finanziaria. Ma se proprio mentre si sta aprendo quella che il premier Romano Prodi non vuole chiamare «la fase due» del governo, cioè quella delle riforme e dello sviluppo, il ministro autorizzasse ogni loro minima speranza, potrebbe essere il principio di una valanga. Così lo rincuorano ogni volta parole come quelle pronunciate ancora prima della Finanziaria da Jean Claude Juncker, il presidente dell’eurogruppo: «L’Italia deve portare avanti il percorso di consolidamento dei suoi conti pubblici e deve fare un buon uso delle maggiori entrate fiscali realizzate». Perché se crollasse la barriera che il ministro ha eretto e che a Francoforte e Bruxelles lo aiutano un po’ a tenere su, il processo di risanamento andrebbe incontro a un pericoloso rilassamento e «il film» del 2007 si trasformerebbe in un incubo. Perché sarebbe sufficiente uno sforamento di 0,3 punti nel rapporto fra deficit e Pil previsto per la fine di quest’anno al 2,8%, per sfondare di nuovo i parametri di Maastricht ed essere precipitati nel girone dei cattivi e inaffidabili. E non si fa nemmeno troppa fatica a ricordare che 0,3 punti di Pil sono circa 4 miliardi di euro. Ossia, un’inezia.

          Per di più, con un debito pubblico stratosferico e senza la certezza che non ci saranno altri imprevisti come quelli di quest’anno. La memoria va alla sentenza della Corte di giustizia sull’Iva per le auto aziendali, che ha avuto un impatto sui conti pubblici di circa un punto di Pil. O alla necessità di accollarsi il debito delle Ferrovie dello Stato per l’alta velocità, che ha pesato per altri 0,9 punti. E se non ci fossero state tutte quelle entrate «impreviste»…