“Analisi” Il fantasma delle larghe intese (Verderami)

06/03/2007
    martedì 6 marzo 2007

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    IL RETROSCENA

    Amato e il fantasma delle larghe intese

    Nel centrosinistra torna il sospetto:
    mossa per rilanciare le larghe intese

      di Francesco Verderami

        ROMA — La sfida sulle larghe intese non si è chiusa con la fiducia a Prodi, semmai è iniziata, ruota attorno alle parole pronunciate dal capo dello Stato alla delegazione dell’Ulivo durante la crisi: «È politicamente importante che il governo abbia al Senato la maggioranza degli eletti». Quel concetto è diventato una parola d’ordine per chi punta a far saltare gli attuali equilibri in Parlamento, perciò nel centrosinistra ieri è tornata a salire la tensione. Perché Amato ha rilanciato quel messaggio in codice.

          Nell’Unione tutti sanno che la teoria di Amato sulle «maggioranze variabili» è impraticabile, l’immediata reazione del Polo ne è la riprova. Semmai è un altro il passaggio insidioso dell’intervista al Corriere, laddove il ministro dell’Interno ritiene «giusto» che Napolitano abbia chiesto «i fatidici 158 voti dei senatori eletti», facendo così «valere il basilare principio democratico per cui un governo deve avere la maggioranza degli eletti». Ecco il messaggio in codice con cui i sostenitori delle larghe intese sfruttano e rilanciano il pensiero del Quirinale.

          Per una volta nell’Unione e nel Polo la pensano allo stesso modo, e se l’opposizione può sostenere pubblicamente — come fa il repubblicano Nucara — che «Amato ha tirato un bidone a Prodi», nel centro-sinistra certi discorsi restano nell’ambito dei colloqui riservati, portano Franceschini a dire che «siamo specialisti nel costruire corde alle quali poi impiccarci». Il capogruppo dell’Ulivo ieri si è sfogato con alcuni alleati: «Che senso ha sollevare questa storia dei senatori eletti, visto che non esiste in Costituzione? E soprattutto perchè inventarla ora?». Già, perché «inventarla» alla vigilia del voto sul decreto per il rifinanziamento delle missioni militari, sapendo che al Senato «i fatidici» 158 voti non ci saranno?

          La risposta offerta da Fini ai dirigenti di An, «è stato un modo per picconare Prodi», non è dissimile da quella che Diliberto ha offerto ai dirigenti del Pdci: «Si punta a indebolire Prodi e a far saltare il centro-sinistra, proponendo il ritorno a un trasformismo pre-giolittiano. È un lavorio ai fianchi, è una operazione propedeutica alle larghe intese». Nella sinistra radicale coincidono l’analisi e le contromosse da adottare: «Blindare il governo per blindare la coalizione». Un concetto che Bertinotti ha ben chiaro, non a caso nei giorni della crisi — per recintare il perimetro dell’Unione — fece al Quirinale il nome di Fassino come eventuale successore di Prodi.

          L’asse tra il presidente della Camera e il segretario dei Ds regge, anzi si rafforza. Certo ieri Fassino non poteva attaccare Amato, ma quando i suoi gli hanno fatto rilevare che il ministro dell’Interno si era espresso con quelle parole in codice, ha commentato: «Non credo che Giuliano volesse proporre le larghe intese. Ma se fosse questo il suo retropensiero, la nostra risposta sarebbe comunque no». Un «no» che nei conversari ha pronunciato anche Giordano. E visto che Bertinotti per il suo incarico istituzionale non può esporsi più di tanto, tocca al segretario di Rifondazione muoversi per impedire quella deriva. Insieme a lui c’è tutto il gruppo dirigente del Prc, tanto che ieri il capogruppo Migliore è uscito allo scoperto: «In una logica bipolare, il centro- destra ha respinto la proposta di Amato. E anche noi la rispediamo al mittente».

          Ma il problema sollevato dal titolare del Viminale resta intatto, perchè l’auto-sufficienza «politica» al Senato — almeno sulla missione in Afghanistan — non c’è. Così come non c’è sui Dico, «e come in futuro potrebbe non esserci sul decreto Bersani per le liberalizzazioni», ammette un autorevole dirigente dell’Ulivo. La «fatidica» quota 158 è un’asticella difficile da superare quotidianamente a Palazzo Madama per l’Unione. «E teorizzare il governo di minoranza — commenta il dl Polito — è stato come sconfessare Prodi, che dopo il voto di fiducia aveva rimarcato l’auto-sufficienza».

          È facile intuire che al premier non sia piaciuta la mossa di Amato. Per aggirare le difficoltà, Prodi ha deciso allora di giocare in prima persona la carta rischiosissima della riforma elettorale: assumendosi il compito di trovare un’intesa con il Polo, tenta di far passare l’idea che se l’impresa non riuscirà a lui, non riuscirà ad un altro governo. È un segnale che invia ad alleati e avversari, ma anche al Quirinale.