“Analisi” Il fantasma del 1998 (M.Franco)

20/07/2007
    venerdì 20 luglio 2007

    Pagina 3 – mezza pensione

      Il fantasma del 1998

        di Massimo Franco

          La scommessa di Palazzo Chigi è stata di trasformare la minaccia di dimissioni di Emma Bonino in un’opportunità: uno strumento di pressione sull’estrema sinistra. Obiettivo: fare accettare al Prc una riforma delle pensioni non troppo indigesta all’Ue e al resto della coalizione. L’azzardo nasceva da alcune convinzioni radicate. La prima, decisiva: il partito di Fausto Bertinotti non ha voglia di rompere con Romano Prodi.

            La seconda: un provvedimento imposto dall’antagonismo rischia comunque la bocciatura in Senato. La terza: se non si può evitare una crisi, meglio uscirne su posizione riformiste. La convocazione dei sindacati dal premier, ieri notte, farebbe pensare che l’ostacolo politico sia stato smussato, se non superato.

            Ma con grande fatica, ed un margine residuo di incertezza. Non a caso, negli ultimi giorni a Palazzo Chigi e al ministero dell’Economia valutavano lo strappo della Bonino come un gesto pericoloso ma anche potenzialmente utile. Così, quando nel pomeriggio il segretario dei Ds, Piero Fassino si è lasciato sfuggire che l’accordo era pronto, l’ottimismo è parso confermato; sebbene la sua soddisfazione si sia rivelata prematura. Se l’intesa c’era davvero, ha fatto apparire il negoziato come una finzione che poteva mettere in imbarazzo Rifondazione. Se non esisteva, l’ha complicata.

            «È il momento dell’impegno, per chi tratta; e del silenzio per chi non è chiamato a trattare», ha bacchettato il presidente della Camera, Fausto Bertinotti. L’ala comunista dell’Unione sapeva di trovarsi in una posizione scomoda, quasi nell’angolo. Negli ultimi giorni si era saldata una tenaglia di fatto fra il ministro Bonino e il governatore di Bankitalia, Mario Draghi, critici verso la riforma che si andava configurando. Per il Prc, accettare tutte le condizioni di Tommaso Padoa-Schioppa poteva significare perdere pezzi di elettorato massimalista; ma rifiutarle, porterebbe alla crisi.

            Le probabilità di arrivare ad un «sì» sono nate dalla sensazione che Bertinotti tema «un altro 1998», quando Rifondazione costrinse Prodi alle dimissioni: un altro strappo darebbe al suo partito una patente di inaffidabilità permanente. Non a caso, ieri Berlusconi ha evocato la rottura di nove anni fa. Il problema era come evitare che l’accordo fosse interpretato come un cedimento del Prc. Finora, di solito è successo il contrario: sono stati partiti come Ds, Margherita, Udeur a chinare il capo. Per Prodi e Padoa-Schioppa la questione era opposta: non essere dipinti dall’opposizione come un governo ostaggio dei comunisti.

            È scontato che qualunque compromesso sarà interpretato dal centrodestra in questo senso. Ma tutto sommato, potrebbe servire a Bertinotti per giustificare l’intesa davanti alla propria base. Il rinvio alla trattativa col sindacato, d’altronde, permette di allentare la pressione e di scaricare all’esterno della maggioranza le tensioni. La cena notturna coi sindacati potrebbe regalare a Prodi un po’ di ossigeno fino a settembre. Anche se non è detto che sia un tempo sufficiente a preparare le difese contro chi, nella stessa Unione, scommette su un cambio a Palazzo Chigi. E considera l’autunno un punto d’arrivo inesorabile. Pazienza se nessuno è in grado di capire che cosa succederà dopo.