“Analisi” Il costo crescente dell’impopolarità (M.Franco)

20/06/2007
    mercoledì 20 giugno 2007

    Pagina 5 – Primo Piano

    LA NOTA

      Il costo crescente dell’impopolarità

        Tensioni su pensioni e tasse.
        Berlusconi: nel mirino c’è solo il governo

          di Massimo Franco

            La tesi minimalista dice che si è trattato di «fischi fisiologici». Qualunque presidente del Consiglio, oggi, dovrebbe pagare un prezzo all’impopolarità. Romano Prodi non fa eccezione, anche se le contestazioni gli sono arrivate da un’organizzazione di commercianti considerata di sinistra. Non solo. Nell’Unione si cerca di attutire l’impatto dell’ennesimo incidente che riguarda la riforma delle pensioni e le tasse ipotizzate dal premier, ricordando che anche Silvio Berlusconi è stato attaccato più volte a Palazzo Chigi. Una per tutte: la contestazione di parte della platea confindustriale a Vicenza, nel 2006. Ma il paragone, apparentemente ineccepibile, rischia di rivelarsi scivoloso.

            Il centrosinistra ha fatto della diversità da Berlusconi la sua bandiera e la sua carta d’identità. Difendersi dalla protesta di un pezzo del proprio elettorato spiegando che anche il Cavaliere si prese massicce dosi di insulti può diventare un boomerang. Rimuove la percezione di un malumore esplicito e virulento nell’opposizione ma palpabile anche nelle file della maggioranza; e confermato dal fatto che i sondaggi bocciano Palazzo Chigi molto più che l’Unione. È l’«effetto parafulmine » che Prodi sembra provare sulla propria pelle; e che si estende ad alcuni dei ministri-simbolo della coalizione, soprattutto economici.

            Ha stupito l’assenza di Tommaso Padoa-Schioppa dalla trattativa sulle pensioni iniziatasi ieri a Palazzo Chigi: tanto più dopo che Prodi aveva mostrato disappunto per i costi della riforma filtrati, sembra, dal Tesoro. E continua il tiro al bersaglio contro il viceministro dell’Economia, Vincenzo Visco, per la sua strategia sulle tasse. Sono tensioni che aumentano la precarietà. Non la dissolve il vicepremier Massimo D’Alema, quando dice: «Se cade il governo, si va al voto». E forse provoca una punta di stupore nei paraggi del Quirinale, al quale spetta decidere se e quando sciogliere le Camere.

            Ormai è forte il sospetto che Prodi sia diventato suo malgrado l’emblema di una politica impopolare. Il premier fa dire in una nota ufficiosa che alla Confesercenti «ci sono stati anche applausi, non solo fischi… È un clima che riguarda chiunque», sostengono i consiglieri prodiani, citando la recente contestazione contro Berlusconi a Genova. Il capo di FI, però, insiste sulla dicotomia fra «i politici di mestiere» e quelli come lui prestati alla politica, seppure ormai da anni. Nega che esista una «questione morale » per il centrodestra. Ed evoca una crisi del sistema, se non ci saranno le elezioni anticipate.

            Ma sembra consapevole che non potrà ottenerle. La visita che oggi farà con Gianfranco Fini e Umberto Bossi al Quirinale mira a ottenere da Giorgio Napolitano qualcosa che il capo dello Stato difficilmente potrà concedere. I giochi si consumano dentro un’Unione spaventata dalla rivolta delle categorie. Solo dalla maggioranza possono arrivare segnali di crisi. L’idea di premere sul presidente della Repubblica, quasi di minacciarlo come fanno alcuni esponenti leghisti, copre la frustrazione. Un’opposizione che invoca la spallata con l’Udc assente al Quirinale mostra una debolezza che può dare a Prodi una speranza di sopravvivenza: per quanto breve.